Marino Badiale, Massimo Bontempelli

Decrescita e politica
Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Prefazione. (Marino Badiale)
Raccolgo in questo libro una serie di scritti che ruotano attorno al tema della
decrescita. Con l'eccezione dell'appendice, si tratta di testi scritti assieme a Massimo
Bontempelli, all'incirca dal 2007 fino a poco prima della sua prematura scomparsa,
avvenuta nell'estate 2011. Sebbene abbiano tutti circolato in rete (e alcuni siano stati
pubblicati sulla rivista alfabeta2, che ringrazio), ho ritenuto utile raccoglierli insieme
perché in questo modo i lettori interessati possono, credo, meglio cogliere il filo
conduttore dei ragionamenti. I testi sono riprodotti nella loro versione originale, a
parte qualche correzione di forma, qualche aggiunta bibliografica e qualche
aggiustamento espositivo utile per tener conto dei fatti intervenuti dopo la loro
stesura. Ho anche aggiunto qualche nota di commento, segnalata dalla sigla MB. Se
Massimo non fosse mancato avremmo forse potuto prendere in considerazione
l'ipotesi di rivedere questi testi per fonderli insieme e farne un libro sostanzialmente
nuovo. Nella forma in cui vengono qui proposti presentano inevitabilmente delle
ripetizioni, che tuttavia non sono un inconveniente: vi è infatti, tuttora, una grande
confusione a proposito della nozione di decrescita, nonostante il lodevole lavoro
divulgativo di tanti autori (fra i quali mi limito a ricordare Serge Latouche e Maurizio
Pallante1), per cui la ripetizione di qualche passaggio fondamentale può forse essere
utile, non solo ai neofiti dell'argomento.
La specificità del discorso sulla decrescita svolto in questi saggi credo sia bene
compendiata dal titolo della raccolta: in essi si cerca infatti di indicare quali possano
essere le linee fondamentali di una politica che scelga di mettere la decrescita fra le
proprie istanze fondamentali. Vengono affrontati diversi argomenti controversi, fra i
quali il fatto che, a nostro avviso, che la prospettiva politica della decrescita si pone
nettamente al di là dell'opposizione “classica” di destra e sinistra, e che essa deve
prevedere il ritorno ad un forte intervento economico dello Stato. Questa posizione
differenzia gli autori sia da una gran parte del mondo della decrescita, che considera
superata l'opposizione Stato/Mercato, sia dal mondo della sinistra anticapitalistica,
che per definizione considera ancora valida l'opposizione di destra e sinistra (e in
genere guarda con sospetto alla decrescita). Lasciando la lettore di giudicare la
1Fra i molti lavori di questi autori, mi limito qui a citare S.Latouche, Breve trattato sulla
decrescita serena, Bollati Boringhieri 2008; M.Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti
2006
validità dei nostri argomenti, concludo con l'auspicio che i due mondi a cui ho
accennato riescano a superare le rispettive diffidenze e a trovare un modo di
interagire proficuamente. E' mia convinzione infatti che la decrescita implichi con
necessità una prospettiva anticapitalistica, e che, viceversa, solo nella decrescita
l'anticapitalismo possa trovare oggi concretezza storica.
Capitolo 1 Per una critica dello sviluppo
Lo sviluppo dell’economia è considerato una necessità inderogabile da tutte le forze
politiche tradizionali, siano esse di destra, di centro o di sinistra, di maggioranza o di
opposizione. Ogni schieramento politico dichiara di voler rimettere in moto lo
sviluppo, e rimprovera allo schieramento che gli si contrappone nella competizione
per il potere di non essere capace di farlo.
Ma cosa si intende per sviluppo nel senso economico contemporaneo? Lo si capisce
bene dall’elemento con cui lo si misura, che è il Prodotto Interno Lordo, in sigla PIL.
Come si calcola il PIL? Si sommano, in ogni attività economica, i valori monetari di
tutti i beni e servizi che essa ha venduto nel corso di un anno. Dai risultati ottenuti si
sottraggono i costi monetari sostenuti nello stesso anno da ogni attività economica
per l’acquisto dei beni e servizi cosiddetti intermedi, che sono cioè serviti alla
produzione dei suoi beni e dei suoi servizi. Si ottiene così il valore aggiunto lordo di
ogni attività economica. La somma di tutti i valori aggiunti lordi prodotti da un paese è
il suo PIL.
Lo sviluppo, nel senso economico contemporaneo del termine, è la crescita del PIL.
Il tasso di sviluppo è il tasso annuo di crescita del PIL. Quando perciò si dice che in
un certo anno l’economia italiana si è sviluppata del 2%, si intende che il PIL del
paese è cresciuto appunto del 2%. Che cosa è allora lo sviluppo, nel senso
economico contemporaneo del termine? Poiché coincide con la crescita del PIL,
poiché il PIL è misurato dai valori monetari dei beni e dei servizi venduti e comprati, e
poiché beni e servizi scambiati secondo i loro prezzi sono merci, lo sviluppo nel
senso economico contemporaneo del termine altro non è che l’incremento della
produzione di merci.
Questo è lo sviluppo. L’ideologia dello sviluppo è la convinzione che la diffusione del
benessere economico e il progresso delle conoscenze dipendano dallo sviluppo, e
che quindi un’eventuale decrescita comporterebbe necessariamente una regressione
sociale e storica. Anche quando non viene espressa nelle forme più sciocche e
superficiali tipiche di certi discorsi del senso comune (del tipo: la decrescita ci
farebbe tornare al tempo delle candele e delle carrozze, la decrescita ci
ricondurrebbe ad antiche miserie e privazioni, è roba per monaci medioevali, nasce
dalla nostalgia romantica per una natura incontaminata che non è mai esistita, e
banalità simili), una tale convinzione si riferisce non alla realtà, ma ad una
rappresentazione ideologica di essa.
Stiamo alla realtà. Non c’è alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo dei
beni economici, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un
lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento
della scala di produzione, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente
associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere
economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e
delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore
aumento quantitativo delle merci prodotte è stato sempre più correlato, non
accidentalmente, alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse
destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla
diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di deemancipazione
e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito
benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.
Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è corrrelata
ad una minore quantità di beni economici. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana
presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati
e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione
ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una
più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una
minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.
In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che
la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che addirittura aumenti. Ma
attenzione: beni e servizi nella nostra società vengono offerti quasi soltanto nella
forma di merci, e quasi sempre comportano un grande consumo di energia sia per la
loro produzione che per la loro commercializzazione. Ma non è necessario, se non
nella nostra forma sociale, che beni e servizi appaiono nella forma di merci, e siano
fonti di dissipazione di energia. Una disponibilità accresciuta di beni e servizi può
essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Cerchiamo
di capirci con qualche esempio. Immaginiamo che le grandi aziende agroesportatrici
operanti nei paesi africani siano espopriate, e le loro terre affidate a contadini
indigeni che le usino producendo direttamente per il loro consumo, con coltivazioni di
sussistenza. I prodotti di tali coltivazioni aumenterebbero la disponibilità di beni
alimentari da parte delle popolazioni africane, riportandole indietro ad un’epoca in cui
non c’era l’attuale strage da denutrizione. Si faccia bene attenzione: in una tale
situazione, purtroppo immaginaria, le popolazioni africane mangerebbero più di ora,
per effetto non di uno sviluppo, ma di una decrescita. I maggiori beni alimentari
disponibili, infatti, non arrivando al consumo attraverso lo scambio monetario e il
mercato, non avrebbero la forma di merci, e non aggiungerebbero quindi alcun
valore al PIL, a cui verrebbero invece sottratti i valori delle merci non più esportate
(cacao, caffè, arachidi ecc.). Inoltre la sostituzione di tali merci, consumatrici di molta
energia (attraverso i fertilizzanti, l’irrigazione, il trasporto fino a lontani consumatori),
con beni di sussistenza, consumatori di poca energia, farebbe anche in questo modo
diminuire il PIL. D’altra parte, il venir meno delle importazioni, prima finanziate dai
ricavi del capitalismo agroesportatore, sottrarrebbe beni soprattutto alle minoranze
ricche, mentre aumenterebbe il tenore di vita della maggioranza della popolazione,
che sostituirebbe con alimenti di propria produzione quelli, spesso inaccessibili per i
loro prezzi, importati dai paesi sviluppati. Un altro esempio: immaginiamo che il
nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione
ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata
dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia
rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto
nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di
migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che
sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali,
nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il
contributo del sistema sanitario al PIL, e quindi allo sviluppo, è dato dalla quantità di
farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze
ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione
di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro.
Il benessere collettivo è dunque perfettamente inscrivibile in una decrescita
dell’economia, progettata con intelligenza, è ovvio, e non semplicemente derivata da
un arresto dell’economia per crisi o guerre. D’altra parte, lo sviluppo economico non
può oggi che produrre danni sociali. E’ interessante notare come questa verità abbia
finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di
critica anticapitalistica. Si è ormai cumulata una notevole quantità di evidenza
empirica sul fatto che, superato un opportuno livello, lo sviluppo del PIL non
comporta più un aumento del benessere. Una introduzione divulgativa a questo tipo
di ricerche svolte dal moderno sapere economico è rappresentata dal recente libro di
Stefano Bartolini, dell'Università di Siena2. Si tratta di ricerche che, in modi spesso
diversi, convergono nell'individuare un dato storico, che riguarda la maggior parte del
mondo capitalistico: a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, per lo più dalla
metà degli anni Settanta, lo sviluppo dell’economia, fino ad allora associato al
miglioramento del benessere sociale, si trova invece correlato ad una sua stasi o ad
un suo peggioramento.
Una politica di decrescita dell’economia è resa necessaria, prima di tutto e per una
ragione più forte di tutte le altre, dal semplice fatto che ormai la continuazione dello
sviluppo sovraccarica l’ambiente naturale, e quindi quello sociale, di elementi
devastanti per la vita umana (depauperamento ed avvelenamento delle falde
acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza
danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli
antibiotici ecc.ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è
una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione
quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo
tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi
resi tali da una radicale atrofia dell’anima.
Non stiamo però qui affrontando i problemi ecologici e ambientali indotti dallo
sviluppo. Ne facciamo astrazione per meglio mostrare come, anche a prescindere da
essi, e rimanendo esclusivamente sul terreno delle dinamiche sociali, la razionalità
imponga una politica di decrescita dell’economia. Facciamo anche astrazione da un
altro nesso, pure cruciale, quello tra sviluppo dell’economia e sviluppo delle guerre
imperiali, perché richiederebbe un ragionamento a parte. In questa sede vogliamo
soltanto mostrare come lo sviluppo dell’economia non produca più nessun altro
vantaggio che la crescita dei profitti capitalistici. Si è ormai rotto persino il nesso tra
sviluppo dell’economia, da una parte, e aumento delle occupazioni lavorative e
destinazione di qualche briciola dei profitti alla crescita dei salari, dall’altra3.
Se la dannosità sociale dello sviluppo è sotto gli occhi di tutti, perché è così forte la
resistenza a rendersene consapevoli? Perché l’ideologia dello sviluppo è, contro ogni
evidenza dei fatti, così cogente che non c’è forza politica, dall’estrema destra
all’estrema sinistra, che la metta in questione? Si sbaglierebbe a pensare che ciò sia
l’effetto dell’eredità culturale del “progressismo” dei secoli scorsi. Per capirlo occorre
servirci degli strumenti interpretativi dell’”Ideologia tedesca” di Marx.
2S.Bartolini, Manifesto per la felicità, Donzelli 2010. Si veda anche la bibliografia citata nel
testo e, per avere un'idea della letteratura specialistica, i lavori disponibili nella homepage del
Prof. Bartolini: http://www.econ-pol.unisi.it/bartolini/
3Si veda il recente libro di Stiglitz sulla crescita della disuguaglianza negli Stati Uniti: J.Stiglitz,
Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2013, ricco di riferimenti bibliografici.
L’ideologia dello sviluppo non è che l’ombra mentale del processo autoreferenziale di
riproduzione allargata del plusvalore, e, poiché tale processo è ormai penetrato in
tutti gli aspetti e in tutti i dettagli della vita sociale, sussumendo a sé persino le
strutture della personalità individuale, tale ombra ideologica avvolge ormai quasi tutte
le menti, proprio quando non ha più alcuna relazione reale con lo stato delle cose, se
non quella di esserne indotta, e quando non è più, come era un tempo, una forma di
pensiero, ma piuttosto un non-pensiero, o, per usare la terminologia di E.Todd, un
pensiero-zero.
Si pensi al carattere antropologicamente devastante della pubblicità, che non sta
tanto nella diffusione di false informazioni sulle merci (che c’erano ben prima
dell’odierno capitalismo assoluto), come se si potesse separare una buona pubblicità
da una cattiva pubblicità, quanto piuttosto nella sua funzione di plasmare l’individuo
come consumatore, cioè come soggetto non più libero, ma passivo terminale del
processo di realizzazione del plusvalore, quindi come mezzo della sua riproduzione
allargata, ossia dello sviluppo. Si pensi quanto l’odierna comunicazione mediatica
allontani l’individuo, costituito come spettatore, dalla realtà e dalla verità delle cose.
Quello della comunicazione mediatica è uno dei problemi cruciali del nostro tempo,
che nasce dalla commercializzazione della comunicazione di massa, cioè dal suo
essere diventata una forma di pubblicità, su cui si innestano facilmente gli interessi
politici verso la cancellazione dei fatti. La chiusura completa e l’autoreferenzialità del
mondo politico istituzionale sono, d’altra parte, funzionali ai comandi dell’economia,
dunque allo sviluppo.
Leopold Kohr ha elaborato la legge secondo cui nell’universo sociale, ma anche in
quello fisico, gli organismi cominciano a disgregarsi quando in loro qualche elemento
ha avuto uno sviluppo quantitativo oltre una certa misura. La sua elaborazione è
sempre interessante e sotto molti aspetti persuasiva. Si tratta, del resto, di una
riproposizione dell’antica sapienza greca sulla dismisura come causa di
degradazione. Ma il processo di riproduzione allargata del plusvalore genera
un’ideologia nel cui ambito “più” e “meglio” diventano sinonimi. Eppure questa
identificazione è contraddetta in tutta evidenza dalla realtà attuale, nella quale in
tantissimi casi il “meglio” sta nel “meno”4. Meno automobili che intasino e ammorbino
le strade, meno cibo carneo e ipercalorico nell’alimentazione dei paesi sviluppati,
meno consumo di alcool e tabacco, meno tempo speso nel lavoro o davanti al
monitor, meno consumo di energia, rappresenterebbero con tutta evidenza un
miglioramento rispetto ad oggi.
Vediamo allora che una prospettiva di superamento degli aspetti più negativi della
4M.Pallante, Meno e meglio, Bruno Mondadori 2011.
contemporaneità deve necessariamente inserirsi in una critica, teorica e pratica, della
nozione di sviluppo5. Occorre però rendersi conto che la prospettiva della decrescita
non rappresenta nell’immediato la base di un possibile programma di governo. Si
tratta infatti, nonostante la moderazione verbale di molti suoi sostenitori, di una
prospettiva di estrema radicalità. Poiché lo sviluppo è il cardine del sistema
socioeconomico che domina il mondo, la decrescita implica né più né meno che lo
scardinamento dei fondamenti di tale sistema. Nella situazione attuale, nella quale
coloro che sono disposti a inserirsi in questa prospettiva sono pochi e disuniti, non
c’è nessuna possibilità concreta di pensare a un governo dell’Italia che vada nella
direzione della decrescita6. Ma se la decrescita non è nell’immediato un programma
di governo, può certamente essere un programma di lotta. Anzi: la decrescita è
l’unica prospettiva che dia un senso unitario ai movimenti di opposizione che sono
spontaneamente sorti in questi anni in Italia. Ci riferiamo ai quei movimenti (NO TAV,
NO ponte sullo stretto, NO rigassificatori ecc.) che nascono come difesa di un
territorio da progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio
stesso. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno del
meccanismo dello sviluppo. Infatti, lo sviluppo non può fare a meno
dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture
edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti
che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la
situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrapopolato, il cui
territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non
essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo
possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in
crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita
quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli
abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente
derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, ma, questo è il punto cruciale,
essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non
averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello
sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e una
prospettiva generali. Al di fuori di questa prospettiva, queste lotte possono essere
5Una ricostruzione storica di tale nozione è stata fatta da G.Rist, Lo Sviluppo. Storia di una
credenza occidentale, Bollati Boringhieri 1997.
6La situazione non sembra molto cambiata per il successo elettorale del Movimento 5 stelle,
nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Beppe Grillo ha spesso accennato alla decrescita,
ma, come per molti altri temi (quello dell'euro, per esempio), in modo piuttosto vago. Il
Movimento 5 stelle non ha finora prodotto su questo tema prese di posizione precise e
vincolanti (MB).
facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che
devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta
appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse
generale del paese.
La prospettiva politica attorno alla quale radunare le scarse forze di opposizione oggi
disponibili è dunque quella dell’unificazione delle lotte in difesa del territorio. Una
nuova forza politica di opposizione dovrebbe dare una dimensione politica nazionale
a tali lotte, inquadrandole nell’obiettivo di un ritorno al rispetto della Costituzione
repubblicana e coordinandole col rifiuto intransigente della partecipazione italiana
alle guerre imperiali.
Capitolo 2. Bisogna finire, bisogna cominciare
Premessa.
In questo capitolo colleghiamo il problema della decrescita a quello della coppia
categoriale destra/sinistra. Una delle tesi principali che sosteniamo è quella
dell'esaurimento di tale coppia, legato a quella critica dello sviluppo del quale
abbiamo parlato nel capitolo precedente. Il capitolo è diviso in due sezioni.
Nella prima (paragrafi 1-7), riprendendo e aggiornando analisi da noi svolte in
precedenza7, sosteniamo l’esaurimento di senso politico della coppia concettuale
destra/sinistra. Con questo non intendiamo dire che non esistano più destra e
sinistra, ma piuttosto che tali realtà non hanno più il significato che hanno avuto fino
a trent’anni fa, e che, in particolare, la sinistra non è più il luogo sociale e politico
degli ideali di emancipazione, eguaglianza, giustizia sociale. Nella seconda sezione
(paragrafi 8-14) argomentiamo che questa nuova situazione non implica la fine della
lotta per un mondo più umano, ma implica piuttosto che questa lotta va svolta
secondo nuove idee e nuove linee di demarcazione. In particolare, riteniamo che la
decrescita rappresenti il modo di salvare gli ideali storici di emancipazione della
sinistra nell'attuale fase storica di esaurimento della sinistra stessa (e della destra).
1.Cercando una definizione.
Una discussione sull’attualità politica delle nozioni di sinistra e destra deve
naturalmente partire da una definizione di cosa si intenda per sinistra e per destra. In
mancanza di una tale definizione, il dibattito si blocca subito perché ognuno
attribuisce a queste espressioni significati diversi. Quando si cerca di definire cosa si
intenda per sinistra o per destra la mossa più comune è quella di cercare un insieme
7 M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, Bolsena 2007.
di valori, di riferimenti ideali, di principi morali, che possano fungere da criteri di
distinzione: le proposte possono allora essere molte, per esempio di caratterizzare la
sinistra con l’ideale dell’uguaglianza8 e la destra con quello della gerarchia, o la
sinistra con l’ideale della democrazia radicale e la destra con quello dell’autorità
politica. E’ probabile che una buona sintesi di queste proposte consista nel
caratterizzare la sinistra con l’ideale dell’emancipazione dei ceti subalterni, o più in
generale dei gruppi sociali oppressi e discriminati, e la destra con l’ideale di una
società autoritaria in cui viene mantenuta una struttura gerarchica “naturale” e
“giusta”.
Questo approccio ci sembra però troppo generico. Limitiamoci a spiegarlo in
riferimento alla sinistra. Quando la sinistra è definita nel modo sopra indicato, viene a
perdere le sue determinazioni storiche. E’ noto che si parla di sinistra e di destra a
partire dalla Rivoluzione Francese: la coppia concettuale sinistra/destra nasce cioè
con la modernità. Ma se si parla dei riferimenti ideali citati in precedenza, appare
chiaro che essi si possono ritrovare nei più diversi periodi storici e nei più diversi
contesti. Definire la sinistra nel modo detto equivale allora a creare una Sinistra
Eterna, staccata dalle dinamiche storiche e politiche, con conseguenze paradossali:
diventa infatti naturale, all’interno di questa impostazione, pensare che dovunque si
possano ritrovare in qualche modo gli ideali accennati sopra, si possa parlare di
sinistra, e diventano quindi ragionevoli affermazioni del tutto assurde sul piano
storico, come definire Gesù o Spartaco “di sinistra”. Oltre a ciò, la definizione di un
luogo politico nei termini dei suoi fini ideali non tiene conto del fatto che in politica i
mezzi sono più stabili e concreti dei fini. Il comunismo novecentesco, per fare un
esempio, lo si comprende realmente se si mette al centro della riflessione non il
generico e maldefinito fine che si prefiggeva (il comunismo), ma piuttosto il mezzo
che esso si diede, cioè il partito leninista.
Per capire cosa la sinistra è stata fino ad una trentina di anni fa occorre allora
prendere in considerazione un’altra nozione tradizionalmente associata alla sinistra
stessa, quella di progresso. Ma cosa vuol dire progresso? Il progresso è sempre
progresso di qualcosa. Se definissimo l’identità ideale trascorsa della sinistra come
“emancipazione e progresso”, il progresso sarebbe progresso dell’emancipazione,
cioè passaggio da una situazione di minore emancipazione ad una di maggiore
emancipazione. Lo stesso potremmo dire se definissimo l’identità ideale trascorsa
della sinistra come “eguaglianza e progresso” o come “giustizia e progresso”. Queste
banali osservazioni ci suggeriscono che il progresso non è un “fine ideale” come
l'emancipazione o l'eguaglianza, non ha cioè valore autonomo, non è un fine
8 Come Norberto Bobbio nel suo fortunato pamphlet: N.Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli editore, Roma 1994.
perseguito come tale. Esso è piuttosto una prospettiva storica di realizzazione di fini
ideali. E’ in sostanza il mezzo (in un senso molto ampio della parola “mezzo”)
attraverso cui la sinistra ha pensato di realizzare i propri fini.
L’adesione al progresso può però essere intesa in molti modi diversi, ad esempio
come la fede che il movimento storico porterà sicuramente alla vittoria di certi ideali,
o la convinzione (legata alla precedente) che ogni novità storica in quanto tale sia
positiva. Ci sembra di poter affermare che la sinistra si è definita scegliendo una
accezione particolare di questa nozione non ben definita: la sinistra si è affermata ed
ha avuto grande rilevanza nei due secoli della sua storia declinando la nozione di
“progresso” come sviluppo economico e tecnologico. Possiamo allora stringere e
affermare che la sinistra è la parte politica e culturale che negli ultimi due secoli ha
pensato la realizzazione degli ideali di emancipazione dei ceti subalterni attraverso la
prospettiva storica dello sviluppo economico e tecnologico. E’ evidente che da
questa caratterizzazione della sinistra, se accettata, discendono conseguenze
importanti per il dibattito.
2. Ascesa e caduta della sinistra emancipativa.
Nei due secoli della storia della sinistra questa particolare fusione dei fini ideali sopra
indicati con la prospettiva storica del progresso, declinato come sviluppo sociale ed
economico, è stata realmente efficace. E’ stato cioè possibile ottenere significativi
progressi nella realizzazione degli ideali della sinistra grazie allo sviluppo stesso. Il
punto culminante di questo successo storico della sinistra è rappresentato dal
secondo dopoguerra, dal “trentennio dorato” della fase storica “keynesiano-fordista”
del capitalismo occidentale. In questa fase l’accentuato ritmo dello sviluppo
economico ha fornito le basi per una politica riformista che ha realmente migliorato la
situazione materiale dei ceti subalterni nei paesi occidentali. Si tratta della fase di
massima influenza della sinistra. L’indice più chiaro di questa influenza è il fatto che,
in un certo senso, l’intero arco delle forze politiche di governo dei paesi occidentali si
è mosso allora sul piano delle politiche riformiste della sinistra. Quando andavano al
potere, le forze politiche di destra o di centro-destra non potevano cambiare
radicalmente le politiche di tipo socialriformista, ma al massimo rallentarle o
modularle diversamente.
Tutto questo finisce, come si è accennato, alla fine del “trentennio dorato”, cioè in
sostanza con la crisi economica degli anni Settanta del Novecento. Gli anni Settanta
sono gli anni del passaggio dal capitalismo “keynesiano-fordista” al capitalismo
attuale, che è usuale (anche se un po’ impreciso) chiamare capitalismo “neoliberista”
e “globalizzato”. Questo passaggio è stato ovviamente molto discusso dagli studiosi,
per il suo carattere di snodo cruciale della storia degli ultimi decenni. Vogliamo qui
proporre una interpretazione di questo snodo. Cominciamo allora col richiamare
alcuni aspetti della fase “keynesiano-fordista” del capitalismo. Si tratta di una forma
di manifestazione storica del capitalismo, nella quale la produzione standardizzata di
beni di consumo rivolta alle masse trova un mercato grazie alle politiche riformiste
che trasferiscono ai ceti subalterni, in forme dirette e indirette, parte dei proventi degli
aumenti di produttività originati dalla nuova organizzazione del lavoro. Questo
meccanismo economico è alla base delle conquiste effettive, in termini di diritti e
redditi, che i ceti subalterni ottengono in questa fase. Il punto cruciale sta nel fatto
che l’aumento effettivo del reddito dei lavoratori è per il capitale, all’interno della
forma fordista, insieme obbligato e vantaggioso. Vediamone prima la necessità
obbligante: la grande fabbrica fordista presenta una rigidità organizzativa interna
(tipicamente rappresentata dalla catena di montaggio) che la rende vulnerabile ad
ogni forma di lotta, anche minoritaria, dei suoi dipendenti, e questo implica la
necessità, per il capitale, di un buon grado di motivazione da parte dei lavoratori.
Poiché il lavoro alla catena di montaggio è altamente alienante, la motivazione a
compierlo può essere soltanto di tipo salariale, ed infatti Henry Ford, l’industriale
americano da cui viene la denominazione di fordismo per il sistema produttivo di
un’epoca, dopo aver introdotto nel 1909 la catena di montaggio per la produzione
dell’automobile, ed aver subito a partire dal 1910 abbandoni e sabotaggi da parte dei
suoi operai, nel 1913 ne aumentò la paga in maniera notevolissima, da 2 a 5 dollari
al giorno.
L’aumento dei salari è inoltre vantaggioso per il capitale fordista, che vi investe
profitti all’epoca privi di sbocchi per l’accumulazione, ottenendone una domanda di
massa per i prodotti di cui la catena di montaggio ha aumentato la scala di
produzione.
Questo meccanismo, diffusosi negli Stati Uniti ed in Germania negli anni Trenta, in
Giappone, Francia ed Italia negli anni Cinquanta, entra in crisi negli anni Settanta,
perché da una parte la tendenziale piena occupazione origina un forte potere
contrattuale del lavoro dipendente, che può quindi strappare aumenti salariali e altre
concessioni che finiscono per erodere i profitti, dall’altra i mercati dei beni
standardizzati di massa vengono alla fine saturati, per cui gli aumenti salariali
accrescono i costi della fabbrica fordista senza più la contropartita di un aumento
della domanda dei suoi prodotti.
La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta segna l’inizio della fase attuale
del capitalismo. Il potere contrattuale dei lavoratori viene distrutto da manovre
politiche (come la stretta monetaria della FED di Paul Volcker del ’79,
intenzionalmente concepita per creare disoccupazione9, o gli attacchi ai sindacati
operati da Reagan e dalla Thatcher), e da manovre economiche (delocalizzazioni,
automazione produttiva, concorrenza della manodopera immigrata priva di diritti).
Alla saturazione dei mercati si risponde da una parte con la produzione di merci
rivolte a nicchie più ristrette, la cui lavorazione richiede una sempre maggiore
flessibilità dei lavoratori, e che sono caratterizzate da costi minori in termini di lavoro
e sempre maggiori in termini di ricerca, pubblicità, corruzione; dall’altra, in
proporzione crescente, con lo spostamento del capitale dalla produzione alla finanza.
Tale spostamento viene incoraggiato dalla creazione di sempre più sofisticati
strumenti finanziari, resi necessari per proteggere gli stessi investimenti produttivi
volti all’esportazione dalle oscillazioni dei cambi tra le monete, cambi divenuti
variabili dopo il 1971, e dal fatto che il credito al consumo diviene uno dei modi per
prevenire i rischi di una carenza di domanda. La finanziarizzazione del capitale crea
lo spazio di investimento entro il quale soltanto una parte via via crescente di
plusvalore può essere accumulata, nella forma del capitale fittizio (nel senso
marxiano del termine), cioè attraverso il ciclo denaro-denaro anziché denaro-mercedenaro.
In questa situazione la sinistra riformista non ha più nessuno spazio. Non sono più
possibili politiche dei redditi che trasferiscano ai lavoratori (direttamente con aumenti
salariali o indirettamente con i servizi del Welfare State) parte dei profitti in modo
compatibile con l’accumulazione capitalistica. Non è più possibile una politica di
tendenziale piena occupazione perché questa ridarebbe alla classe operaia un
potere contrattuale incompatibile con la forma attuale di accumulazione del capitale.
In mancanza di una prospettiva di superamento del capitalismo, la sinistra non ha
nessuno strumento per contrastare la distruzione delle conquiste ottenute dai ceti
subalterni nella fase precedente.
A questa difficoltà oggettiva la sinistra ha aggiunto, in tutti o quasi i paesi occidentali
e nella larga maggioranza delle sue componenti, una complicità soggettiva: non solo
essa non fa nulla per contrastare tali processi, ma diventa una forza che attivamente
li persegue. Questa complicità ha ovviamente assunto forme diverse nei vari paesi.
In Italia l’anno cruciale in cui si determina è il 1993. E’ noto come il 2 giugno 1992 il
panfilo Britannia della Regina d’Inghilterra abbia raccolto un nutrito gruppo di
banchieri anglosassoni e di personaggi del mondo politico ed economico italiano per
progettare, sotto l’impulso e la direzione dei primi, la privatizzazione dell’economia
9 E’ l’interpretazione di Paul Krugman: “L’America ha ridotto l’inflazione nel modo più classico: congegnando un
congruo periodo di stagnazione produttiva e di forte disoccupazione per indurre i lavoratori a ridimensionare le loro
rivendicazioni salariali e le imprese a moderare i loro aumenti di prezzo. Durante gli anni Ottanta il governo federale
degli Stati Uniti ha deliberatamente posto l’economia nella più profonda depressione sperimentata dopo gli anni
Trenta” (P.Krugman, Il silenzio dell”economia, Garzanti, Milano 1991, pag.66).
pubblica italiana. Tale privatizzazione viene avviata l’anno successivo prima dal
governo Amato, e poi dal governo Ciampi che gli succede. Il passaggio essenziale
compiuto dai governi Amato e Ciampi è consistito, più che in specifiche
privatizzazioni, nell’approntare la struttura giuridica necessaria alle privatizzazioni
stesse, che avranno uno sviluppo imponente tra il dicembre 1993, quando viene
ceduto ad un pool di banche italiane e straniere, ad un prezzo di svendita, il Credito
Italiano, ed il maggio 1999, quando dal tronco delle Ferrovie dello Stato nascono
Trenitalia e RFI. L’anno cruciale è il 1997, quando, sotto il governo Prodi, vengono
privatizzate la Società Autostrade, Finmeccanica, e soprattutto STET e SIP, fuse in
Telecom. Si tratta di un’immane trasformazione, di un mutamento epocale, che ha
l’effetto di distruggere tutti quegli strumenti dell’intervento pubblico nell’economia con
i quali la sinistra aveva svolto nei decenni precedenti la sua politica emancipativa.
Tutto questo avviene con il sostanziale assenso della sinistra: il PDS si astiene sul
governo Ciampi e, soprattutto, né il PDS né Rifondazione Comunista discutono, nel
1993, l’avvio del grande ciclo di privatizzazione dell’economia pubblica italiana e non
mobilitano il loro popolo e i loro intellettuali riguardo ad una questione fondamentale
come questa.
Questo silenzio ha una sola spiegazione, per la quale non abbiamo prove definitive,
ma che ci sembra l’unico scenario ragionevole: vi è stato fra il ‘92 e il ‘93 una
trattativa nella quale i dirigenti dell’ex-PCI hanno concesso ai poteri forti
dell’economia la loro inerzia silenziosa di fronte all’avvio del ciclo delle
privatizzazioni, ottenendo in cambio quella legittimazione a partecipare al governo
del paese che non avevano a causa del loro passato legame con l’Unione Sovietica
e il comunismo internazionale.
Ricordiamo che il governo Ciampi aveva al momento della sua formazione tre
ministri provenienti dalla sinistra, immediatamente dimessisi soltanto per vicende
legate alle inchieste di Mani Pulite. La sinistra è poi entrata in forze al governo nel
1996, dopo la vittoria elettorale di Prodi, scelto da D’Alema come capo della
coalizione di centro-sinistra non, come allora si disse, in quanto ex-democristiano,
ma in quanto uomo della Goldman Sachs, in grado di farsi garante per una sinistra di
governo presso i poteri forti dell’economia.
La fase delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta rappresenta il passaggio
dell’Italia dal capitalismo “keynesiano-fordista” all’attuale capitalismo “neoliberistaglobalizzato”
e, parallelamente, anche la compiuta e definitiva trasformazione della
sinistra italiana in una forza de-emancipativa, trasformazione che culmina con
l’aggressione alla Jugoslavia del ’99, attuata da un governo di centrosinistra con a
capo Massimo D’Alema.
3. Esaurimento storico della sinistra emancipativa.
Riassumiamo quanto fin qui argomentato: la sinistra è stata storicamente
caratterizzata dall’unione di un ideale di emancipazione dei ceti subalterni con la
nozione di progresso storico declinato come sviluppo economico e tecnologico.
Questa fusione è stata storicamente efficace per un’epoca intera, culminata nel
“trentennio dorato” del secondo dopoguerra, ma è stata poi messa in crisi dal
passaggio dal capitalismo “keynesiano-fordista” all’attuale capitalismo “neoliberistaglobalizzato”.
Il passaggio dal capitalismo “fordista” a quello attuale è infatti un
passaggio attraverso il quale la società va in direzione esattamente opposta a quella
dei tradizionali ideali emancipativi della sinistra: il lavoro perde diritti, aumentano le
disuguaglianze sociali, gli elementi di democrazia sostanziale mediati dal sistema del
Welfare State (pensioni, istruzione pubblica, assistenza sanitaria per tutti) vengono
erosi, i ceti subalterni vengono a poco a poco ricacciati in una condizione di
insicurezza materiale. Ma questo passaggio è, contemporaneamente, un passaggio
ad una nuova forma di sviluppo economico. La forma attuale del capitalismo è la
risposta alla crisi economica degli anni Settanta, cioè ad un blocco dello sviluppo
economico, ed è una risposta che fa ripartire lo sviluppo economico stesso. Lo fa ad
un livello minore che nella fase precedente: nei paesi occidentali i tassi di sviluppo
del Pil negli ultimi trent’anni sono mediamente inferiori, anche di molto, ai tassi di
sviluppo del dopoguerra. Ma anche se il tasso di sviluppo è minore, si tratta pur
sempre di sviluppo. Ci sembra si possa affermare che il capitalismo “neoliberistaglobalizzato”
è la risposta ad una crisi dello sviluppo che salva lo sviluppo nell’unica
forma storicamente possibile nella situazione creatasi negli anni Settanta. Ma se è
vero che la sinistra si è storicamente fatta definire dalla fusione di emancipazione e
sviluppo, in una situazione storica nella quale lo sviluppo è de-emancipatorio, la
sinistra semplicemente non può più esistere nella sua forma storica tradizionale.
Emancipazione e sviluppo sono i due binari sui quali il treno della sinistra ha
viaggiato per tutta una fase storica. A partire dagli anni Settanta, questi due binari si
sono divaricati e sono andati in direzioni opposte: il treno non poteva che deragliare,
e in tali condizioni l’unica scelta razionale, per i viaggiatori sopravvissuti, è quella di
abbandonare il treno e continuare il viaggio in altro modo e su altri mezzi. La fine
della sinistra emancipativa non è quindi, se non in modo derivato, un risultato degli
errori politici, della pochezza intellettuale e morale, dei tradimenti dei ceti dirigenti
della sinistra stessa. Tutto questo vi è stato, ma sulla base di un esaurimento storico
dell’identità fondamentale della sinistra stessa. Di fronte a questo esaurimento
storico i ceti dirigenti della sinistra si sono trovati a dover scegliere fra difesa degli
ideali di emancipazione da una parte e sviluppo dall’altra, e in questo frangente
hanno mostrato tutta la loro pochezza intellettuale e morale. La complicità soggettiva
alla de-emancipazione, alla quale abbiamo accennato alla fine del precedente
paragrafo, è stata cioè resa possibile dalla situazione di esaurimento storico delle
ragioni fondative della sinistra emancipativa.
4. La sinistra emancipativa può ritornare?
Alla nostra tesi della fine della sinistra tradizionalmente esistita, argomentata nel
paragrafo precedente, si potrebbe obiettare come segue: quella attuale non è una
fine ma una eclissi. Il fatto che nell’attuale fase storica non sia possibile quella
fusione di ideali emancipativi e sviluppo economico che ha caratterizzato la sinistra,
non implica che essa non possa tornare ad essere possibile in futuro.
Cerchiamo allora di discutere questa obiezione e partiamo dall’elemento di verità che
essa contiene: le società capitalistiche hanno talvolta conosciuto, in una certa fase
storica, il ripresentarsi di alcune caratteristiche economiche e sociali presenti in fasi
storiche precedenti e poi scomparse. Per esempio, molti studiosi hanno notato come
il periodo storico di fine Ottocento-inizio Novecento presenti fenomeni che per molti
aspetti richiamano quella che oggi viene chiamata “globalizzazione”, aspetti che
scompariranno nella fase storica che inizia con la prima guerra mondiale per
ricomparire appunto nel mondo contemporaneo10. Allo stesso modo, si potrebbe
pensare in astratto alla possibilità di una fase futura del capitalismo nella quale si
ripresentino gli aspetti tipici del capitalismo “keynesiano-fordista”, riaprendo quindi lo
spazio per una sinistra emancipativa.
A questa obiezione si possono dare due risposte. In primo luogo, non si scorgono
tracce di questa eventuale futura nuova fase del capitalismo, e quindi dal punto di
vista dell’azione politica, e di una riflessione orientata a dare indicazioni all’azione
politica, si tratta di obiezioni oziose. L’attuale fase capitalistica è quella nella quale
una sinistra emancipativa non può esistere, e questa è la fase nella quale vivranno
coloro che oggi (2013) leggono questo libro. In secondo luogo, occorre ricordare che
se è vero il ripetersi “ciclico” di certi aspetti delle società capitalistiche, questi aspetti
si inseriscono comunque in una realtà che ciclica non è ma presenta aspetti
irriducibili al passato. Per quanto concerne la nostra attuale discussione, l’aspetto di
novità irriducibile ai precedenti andamenti ciclici del modo di produzione capitalistico
è rappresentato dal problema ambientale. Una nuova fase di capitalismo “riformista”
avrebbe infatti bisogno di un nuovo ciclo di prodotti con nuovi investimenti e nuovi
10 “Possiamo pertanto affermare che, da svariati punti di vista, l’economia internazionale è stata più aperta nel
periodo precedente il 1914 di quanto non lo sia mai stata in un qualsiasi momento successivo, incluso il periodo dalla
fine degli anni Settanta in poi”. P. Hirst, G. Thompson, La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997,
pag. 43.
profitti. La fase “fordista” merita questo nome proprio perché l’automobile è il migliore
esempio di un prodotto di questo tipo. L’automobile è un bene non troppo costoso,
così da poter diventare un bene di consumo di massa, ma sufficientemente costoso
da generare, su una larga scala di produzione, alti profitti, e soprattutto è un bene
che porta con sé una mole massiccia di investimenti correlati: strade, autostrade,
parcheggi, campi di estrazione di petrolio, raffinerie, navi petroliere, porti. Gli
investimenti creano occupazione, l’occupazione fornisce salari ai lavoratori che
possono spenderli per l’acquisto delle automobili e dell’intera gamma dei beni di
consumo di massa prodotti dalle industrie fordiste. L’intera vita economica dei paesi
occidentali è stata modellata dal bene-simbolo dell’automobile. Ora, attualmente non
è visibile nessun bene che possa rimpiazzare l’automobile in questo ruolo, ma
soprattutto, ed è questo il punto decisivo, non è pensabile un ciclo di investimenti
paragonabile a quello legato all’automobile, perché esso avrebbe effetti devastanti
sui già precari equilibri ecologici del pianeta. Il rilancio, attualmente non all’orizzonte,
di un capitalismo “socialdemocratico-riformista” permetterebbe forse di recuperare
ciò che i ceti subalterni hanno perso nella fase attuale in termini di reddito monetario,
ma in un contesto di collasso ambientale di cui sarebbero ovviamente i ceti subalterni
a fare le spese.
Anche in questo caso sarebbe dunque impossibile difendere i ceti subalterni
attraverso lo sviluppo. Sembra quindi difficile scorgere una possibilità di recupero di
un ruolo emancipatorio per la sinistra.
5. Un esempio.
Facciamo un esempio concreto di questa impossibilità per la sinistra di rappresentare
oggi il luogo di una politica emancipatoria e di difesa dei ceti subalterni. E’ un
esempio tratto dalla cronaca di qualche tempo fa (estate 2010), ma che riveste un
valore che va oltre la cronaca. Si tratta della vicenda dell’impianto FIAT di Pomigliano
d’Arco. La vicenda, come è noto, consiste nel fatto che la direzione della FIAT ha
chiesto ai sindacati e ai lavoratori di accettare nuove e durissime condizioni
contrattuali (relative, fra l’altro, all’organizzazione del lavoro, al diritto di sciopero, al
diritto alla retribuzione in caso di malattia), con la minaccia, in caso di rifiuto, di
chiudere lo stabilimento trasferendo la produzione negli impianti FIAT situati in paesi
stranieri. Si tratta di un caso paradigmatico di attacco ad alcuni valori storici della
sinistra: la difesa del lavoro, l’estensione di diritti sociali universali. Tale attacco
avviene inoltre in un contesto di crisi economica e in riferimento proprio ai lavoratori
della FIAT, cioè ad una realtà operaia che ha sempre costituito in Italia uno degli
indici dai quali comprendere le tendenze nei rapporti di forza fra le classi: tutti questi
elementi facevano facilmente capire, a chi voleva capire, che la vicenda di
Pomigliano, oltre a rappresentare un arretramento dei diritti per i cinquemila
lavoratori coinvolti, era solo l’inizio di una fase di ulteriori attacchi ai diritti e ai redditi
degli operai e, in generale, dei ceti subalterni.
Di fronte a questioni di tale portata, cosa aveva da dire la sinistra? Non vogliamo
presentare l’arco di tutte le posizioni espresse, ma solo offrire alcuni esempi
paradigmatici, presi dalla stampa, che mostrano come, all’interno delle categorie
della sinistra, sia in sostanza impossibile dare una risposta effettiva a simili problemi.
Iniziamo con una intervista di Veltroni sul Corriere della Sera11. Veltroni dice
l'essenziale del suo pensiero nella prima frase dell’intervista: “Questo accordo mi
sembra inevitabile”. Il resto dell’intervista rappresenta un commento a questa
affermazione, o un accumulo di frasi retoriche e vuote. Non vogliamo qui insistere su
questa retorica, ci preme solo far capire ai lettori due punti.
In primo luogo, questa “inevitabilità” di cui parla Veltroni implica l’accettazione della
perdita di diritti dei ceti subalterni. In cambio di questa perdita Veltroni non ha altro da
offrire che frasi vuote (in quanto slegate da qualsiasi seria proposta di politica
economica) come “fare delle infrastrutture materiali e conoscitive e della rivoluzione
ambientale i motori di una nuova stagione di crescita italiana”, oppure il
riconoscimento che “si parla di operai che stanno in catena di montaggio, che si
vedono ridotto di dieci minuti il tempo di pausa, di persone di cui viene misurato lo
spostamento del bacino per valutare la produttività”: distruzione dei diritti in cambio di
parole, questo è tutto ciò che Veltroni sa prospettare ai lavoratori di Pomigliano (e
agli altri).
In secondo luogo, questa sostanziale accettazione della deriva de-emancipatoria del
capitalismo contemporaneo non è solo conseguenza degli evidenti limiti morali e
intellettuali di Veltroni, ma è radicata in quelle caratteristiche della sinistra che
abbiamo fin qui esaminato, cioè nel fatto che la nozione di “sviluppo” è per essa
fondativa e irrinunciabile, come appare chiaro da tutta l’intervista12. Si tratta
esattamente del meccanismo che abbiamo sopra esposto in astratto: la scissione fra
sviluppo ed emancipazione implica che i ceti dirigenti della sinistra devono scegliere
fra sostenere lo sviluppo o sostenere l’emancipazione. Chi sostiene lo sviluppo deve
allora sostenere politiche de-emancipatorie, anche se questo è in contraddizione con
gli ideali storici della sinistra. Veltroni rappresenta nella forma più chiara uno dei
possibili esiti del nodo problematico nel quale si è trovata la sinistra. In questo
personaggio si vede con la massima chiarezza come il progressismo della sinistra,
11 Corriere della Sera, 17 giugno 2010.
12 Pescando qua e là: ”Io credo sia il tempo di un grande patto tra i produttori. Un patto non per fronteggiare
un'emergenza ma per un cambiamento radicale”; “il nostro è un Paese che ha una profonda malattia che si chiama
assenza di innovazione”; “la Cgil deve stare dentro una sfida di innovazione”.
privato ormai di ogni rapporto con gli ideali di emancipazione, si riduca a culto
acritico del progresso e dell’innovazione. Il progresso, che prima era un mezzo per
realizzare il fine dell’emancipazione, una volta tolto tale fine dall’orizzonte, scade a
innovazione e contemporaneamente diventa esso stesso un fine in sé. Se in futuro
esisterà ancora una sinistra sarà appunto come sinistra dello sviluppo,
dell’innovazione e del cambiamento perseguiti come valori in sé, come fini a se
stessi. Per i motivi che abbiamo spiegato, una tale sinistra sarà nemica dei lavoratori
e dei ceti subalterni, e dovrà essere combattuta con la massima durezza da chi
voglia ancora ispirarsi agli ideali di emancipazione che furono della sinistra storica.
Esaminiamo adesso un articolo di Claudio Mezzanzanica13. Siamo qui, in un certo
senso, all’estremo opposto rispetto a Veltroni. Mezzanzanica non accetta infatti come
inevitabile la distruzione dei diritti dei lavoratori, e propone misure per combattere il
carattere de-emancipatorio dell’attuale organizzazione economica e sociale. Ma le
sue proposte sono comunque interne all’orizzonte dello sviluppo e sono quindi
sconfitte in partenza. Le sue proposte sono le seguenti: da una parte redistribuzione
del reddito per sostenere la domanda, (cioè un approccio tipico della fase fordista14),
dall’altra il coinvolgimento dei lavoratori per migliorare la qualità del prodotto. Ma le
politiche di redistribuzione del reddito a sostegno della domanda non sono più
possibili per i motivi che abbiamo sopra esposto, e questa impossibilità ha
un’evidenza solare proprio nel caso in questione, quello dell’automobile: è ben noto
che nei paesi avanzati vi è un enorme sovrappiù di capacità produttiva di automobili
rispetto alla domanda. Se si aumentassero i redditi dei ceti subalterni, tale aumento
non si riverserebbe nell’acquisto di automobili. Lo stesso discorso vale per la
proposta di coinvolgimento dei lavoratori (fino all’autogestione) per migliorare la
qualità del prodotto: anche migliorato, si tratta di un prodotto che non può più avere il
mercato che aveva cinquant’anni fa.
Nel caso di Mezzanzanica siamo di fronte ad una sinistra che non vuole rinunciare ai
propri ideali storici di emancipazione, ma, rimanendo interna all’orizzonte dello
sviluppo, non riesce a enunciare un percorso credibile di difesa dei diritti dei
lavoratori15.
Esaminiamo infine un articolo di Eugenio Scalfari16. Per Scalfari, come per Veltroni,
13 Claudio Mezzanzanica “La soluzione? La gestione passi ai lavoratori”, Il Manifesto, 17 giugno 2010.
14 “Una politica che cerchi di stabilizzare la domanda passa attraverso una diversa distribuzione dei redditi. È inutile
strillare che la domanda è in calo se al tempo stesso ci si frega le mani perché la concentrazione della ricchezza è
crescente. Politiche di riequilibrio sono assolutamente necessarie per uscire da questa recessione”, loc.cit.
15Le vicende successive, con la scelta della FIAT di spostare parte della produzione in Serbia, confermano il nostro
giudizio. Secondo le analisi apparse sulla stampa, la FIAT va in Serbia essenzialmente per approfittare di
finanziamenti UE e locali, e probabilmente con lo scopo di avviare la produzione per poi cederla. Si tratta in sostanza
di un ulteriore passo della strategia di sganciamento dall'automobile perseguita dalla proprietà..
16 Eugenio Scalfari, “A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo”, La Repubblica, 20 giugno 2010.
l’accettazione da parte dei lavoratori delle condizioni imposte dalla FIAT è inevitabile,
ma egli, a differenza di Veltroni, fa qualche proposta più concreta di aiuto ai lavoratori
stessi. Dice infatti Scalfari che i lavoratori, e in generale i ceti subalterni, che devono
subire condizioni sempre più dure sul lavoro, devono essere risarciti su altri piani
“sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie” e
“compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi
pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza”. Questa
compensazione può essere finanziata tramite un “maggior carico tributario sulle
rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti”.
La proposta di Scalfari sembrerebbe far quadrare il cerchio: da una parte egli accetta
lo sviluppo e i suoi costi per i ceti subalterni, dall’altra sembra salvare gli ideali storici
della sinistra nel proporre una serie di “compensazioni” finanziate dal maggior
prelievo fiscale sui ceti dominanti. Ma si tratta di un’illusione. Le “compensazioni” di
Scalfari non potranno mai essere finanziate. L’attuale capitalismo “neoliberistaglobalizzato”
non può accettare la tassazione a fini “sociali” per le stesse ragioni per
le quali non può accettare i diritti dei lavoratori, perché in entrambi i casi si tratta di un
costo aggiuntivo all’interno di una spietata competizione mondiale. Il passaggio fra
capitale industriale e capitale finanziario è un passaggio che si svolge
continuamente, ed è una necessità all’interno dell’attuale forma del capitalismo. Lo
sviluppo, non potendosi svolgere compiutamente tramite la produzione, ha bisogno
di avere sempre a disposizione la possibilità del passaggio della finanza, per
ritornare eventualmente alla produzione quando convenga. Colpire rendite e
patrimoni significa colpire questi meccanismi e quindi la forma stessa dello sviluppo
capitalistico nella fase attuale. Se si accetta come inevitabile lo scenario dell’attuale
capitalismo “neoliberista-globalizzato” e del suo sviluppo, e questo è il caso di
Scalfari, le “compensazioni” che egli propone sono in realtà illusorie.
Questo esame di alcune posizioni concrete sostenute in riferimento a un problema
concreto come quello di Pomigliano ci sembra confermino la nostra tesi generale:
non è più possibile la difesa degli ideali storici della sinistra all’interno della logica
dello sviluppo.
6. Intermezzo: sinistra riformista e sinistra comunista.
Come appare evidente dal tipo di argomentazioni da noi sviluppate, quando parliamo
di “sinistra” in riferimento ai paesi occidentali e al Novecento, pensiamo soprattutto a
quella sinistra che, comunque si sia denominata, ha perseguito politiche di tipo
riformista e socialdemocratico. Si tratta di una realtà politica che ha segnato la storia
del Novecento, e che per questo va presa in seria considerazione. La sinistra
comunista, per quel tanto che nei paesi occidentali ha avuto rilevanza storica, dal
punto di vista che qui ci interessa non presenta grandi differenze rispetto alla sinistra
socialdemocratica: dove hanno avuto un peso significativo (per esempio in Italia o in
Francia) i partiti comunisti hanno svolto una politica interna nella sostanza
indistinguibile da quella riformista, mentre l’unica differenza rilevante era il sostegno
all’Unione Sovietica nella politica estera. Restano fuori da questo quadro solo gli
infiniti e microscopici gruppi della sinistra rivoluzionaria (trotskisti, bordighisti, maoisti
eccetera). Si tratta di realtà che dagli anni Venti in poi non hanno mai avuto alcun
peso nei paesi occidentali, non hanno mai inciso sulla realtà, e non vale quindi la
pena di parlarne sul piano storico17.
7. E la destra?
Un’altra possibile obiezione alla nostra tesi di partenza è la seguente: voi dichiarate
la fine dell’opposizione destra/sinistra, ma finora avete parlato solo della sinistra. Non
se ne potrebbe ricavare che quella che è finita è la sinistra, mentre la destra ha
ancora un ruolo storico? Per rispondere a questa domanda dobbiamo riprendere la
questione dello sviluppo, e il punto cruciale qui è se la destra sia estranea oppure no
all’ideologia dello sviluppo. Ora, a noi sembra che questa estraneità sia vera solo per
la destra reazionaria contemporanea alla Rivoluzione Francese o poco successiva
ad essa. Se escludiamo il ritorno all’Ancien Régime dall’ambito delle opzioni politiche
oggi praticabili, vediamo che le varie destre sono anch’esse interne all’ideologia dello
sviluppo. La destra liberale si differenzia dalla sinistra perché vuole lo sviluppo
economico all’interno di una società gerarchica e disegualitaria, ma ne ha bisogno
proprio perché lo sviluppo rende possibile concedere qualcosa alle classi popolari in
termini materiali, impedendo quindi che la lotta di tali classi possa trasformarsi in
rivoluzione. La destra antiliberale e reazionaria del Novecento assorbe a suo modo la
retorica del futuro e dell’uomo nuovo tipica della sinistra e si crea una ideologia nella
quale convivono nostalgie reazionarie e sogni ipertecnologici. In un modo o nell’altro,
quindi, anche la destra accetta sostanzialmente lo sviluppo. La differenza sta nel
fatto che la sinistra cerca di conciliare lo sviluppo con i propri ideali emancipativi,
mentre la destra cerca di conciliarlo con la difesa di alcuni valori della propria
tradizione. Ma come lo “sviluppo reale” finisce per rivolgersi contro gli ideali della
sinistra, allo stesso modo distrugge gli ideali della destra. L’impegno personale, il
lavoro, l’onestà, il senso di responsabilità verso la comunità vengono ridicolizzati da
un capitalismo privo di radici e nel quale il denaro, in qualsiasi modo raggiunto, è
l’unico metro di valutazione. La morale familiare e sessuale tradizionale è spazzata
17 Diverso è il discorso sul piano intellettuale: molti intellettuali di valore, in rotta con la società borghese ma
disgustati dal conformismo menzognero dei partiti comunisti ufficiali, finivano per aderire alle piccole formazioni
comuniste dissidenti, e ivi trasportavano la propria intelligenza, cultura e capacità di analisi. In questo modo, pur in
mezzo a molta paccottiglia dogmatica, emergevano talvolta da questi ambiti produzioni intellettuali di grande
interesse.
via, l’idea di nazione lentamente cancellata da varie forme di potere sopranazionale.
Sembra dunque, ad un rapido esame, che la posizione storica e culturale della
destra sia resa obsoleta, dagli attuali sviluppi, non diversamente da quella della
sinistra.
8. Nuove demarcazioni.
Nel resto di questo capitolo cercheremo di mostrare che la perdita di significato
politico dell’opposizione di destra e sinistra non equivale alla fine della lotta per gli
ideali di emancipazione che furono della sinistra. Essa corrisponde piuttosto alla
nascita di nuove opposizioni, di nuove linee di demarcazione fra ipotesi differenti
sulla società. Cercheremo inoltre di indicare alcune idee generali a partire dalle quali
una forza politica alternativa potrebbe affrontare i problemi che la realtà
contemporanea presenta. Proprio questo esame di alcuni dei problemi
contemporanei mostrerà concretamente che la scelta di affrontarli secondo principi di
opposizione a quelli oggi dominanti porta necessariamente al di là di destra e
sinistra.
Abbiamo sopra accennato a nuove linee di demarcazione. La principale fra di esse è
proprio quella che nasce attorno alla nozione di sviluppo. Ricordiamo quanto
abbiamo detto nella prima parte: oggi lo sviluppo capitalistico (l’unico sviluppo che
c’è) è inequivocabilmente de-emancipatorio, porta cioè la società in direzione del
tutto opposta a quella della realizzazione degli ideali di emancipazione. Oggi
“sviluppo” significa abbassamento dei salari per recuperare competitività, riduzione e
precarizzazione dell’occupazione per lo stesso motivo, distruzione del Welfare State
per favorire la finanza internazionale18. E significa inoltre attacco agli equilibri
ecologici in forme e modi che stanno ormai cominciando ad incidere sulla qualità
della vita di larghe fasce della popolazione. Lo sviluppo capitalistico attuale è
possibile solo sulla base di un sostanziale ritorno ad un crudele capitalismo
discriminatorio e disegualitario di tipo ottocentesco, a cui si aggiungono i problemi
ecologici che nell’Ottocento ancora non c’erano.
L’unica via per costruire una alternativa al mondo attuale, che conservi gli aspetti
migliori della cultura della sinistra e della destra, è quella della critica allo sviluppo. La
lotta contro questo sviluppo, ormai compiutamente de-emancipatorio, è quindi il
primo punto qualificante di una forza politica di alternativa al mondo attuale. Solo a
18 Come provano le vicende della crisi economica recente: prima si sono trasformati debiti e passività del mondo
finanziario in debiti pubblici, perché altrimenti la finanza sarebbe crollata e questo avrebbe bloccato il meccanismo
dello sviluppo capitalistico; poi questa finanza internazionale, appena salvata a spese pubbliche dai disastri da essa
creati, approfitta della ritrovata sicurezza per attacchi speculativi ai debiti sovrani. E questi attacchi, che si traducono
in un attacco generalizzato alle condizioni di vita dei ceti subalterni, vengono motivati dalla crescita di tali debiti, le cui
cause stanno in parte proprio nel salvataggio della finanza.
partire da qui sarà possibile affrontare le tante questioni che il mondo moderno ci
sottopone.
Facciamo qualche esempio. Nella discussione sui problemi energetici è ben nota la
contrapposizione fra i sostenitori del nucleare e i sostenitori delle energie rinnovabili
come l’eolico e il solare. Si può osservare in primo luogo che questa
contrapposizione non corrisponde del tutto a quella di destra e sinistra (c’è una
sinistra nuclearista come c’è una destra ecologista), e questo è un ulteriore indizio
della scarsa rilevanza attuale dell’opposizione destra/sinistra. Ciò che più conta,
però, è rilevare come il confronto fra le diverse opzioni di politica dell’energia appaia
bloccato per via di un presupposto che quasi mai viene discusso, appunto il
presupposto dello sviluppo. La discussione è allora fra due posizioni entrambe
favorevoli allo sviluppo, e verte sulla questione di quale opzione energetica sia in
grado di assicurare lo sviluppo preservando contemporaneamente l’ambiente. Ma la
risposta a questa questione è semplice: se si accetta il presupposto dello sviluppo
non c’è nessuna soluzione nota del problema energetico che sia anche rispettosa
dell’ambiente; le stesse energie alternative hanno effetti negativi, per esempio nel
consumo del territorio19. Lo sviluppo implica l’aumento dei consumi energetici, e
quindi il continuo ampliamento delle strutture invasive destinate a reperire e
distribuire l’energia, sia essa “pulita” oppure no. E’ evidente che occorre rifiutare il
presupposto dello sviluppo e impostare il problema energetico a partire da tale rifiuto.
Questa impostazione porta a privilegiare il risparmio dell’energia e le filiere corte sia
per la produzione e distribuzione di energia sia per la produzione e distribuzione dei
beni. Si tratta, come si vede, di una impostazione che non è né di destra né di
sinistra.
Facciamo un altro esempio. Nel senso comune è dominante l'idea, non rispondente
alla realtà, secondo la quale c'è una chiara distinzione fra destra e sinistra rispetto al
tema dell'immigrazione: la destra vuole respingere gli immigrati, la sinistra vuole
accoglierli. E’ facile però rendersi conto che tale contrapposizione, se mai vi è stata
in passato, è ormai venuta meno. Le concrete prese di posizione delle due parti
tendono a convergere verso una posizione mediana: accettazione di un numero
limitato di immigrati regolari20, che vengono invitati a “integrarsi” e a “rispettare le
regole”. Le residue differenziazioni fra destra e sinistra consistono in sfumature di
19Un altro punto che mostra come le tecnologie”ecologiche”, se messe al servizio dello sviluppo, abbiano effetti
negativi, è quello del cosiddetto “effetto rimbalzo”: le tecnologie di risparmio energetico, proprio perché rendono più
conveniente il consumo, possono in realtà stimolare un aumento del consumo stesso. Su ciò si veda per esempio
C.Gossart, Quando le tecnologie “verdi” spingono a maggiori consumi, Le Monde Diplomatique-edizione italiana,
luglio 2010.
20Ovviamente né destra né sinistra pongono in discussione il fatto che la distinzione fra “regolari” e “clandestini”è una
arbitraria creazione delle leggi del paese di arrivo, nel nostro caso l'Italia.
questa posizione comune: la destra è più chiusa rispetto alle diversità culturali degli
immigrati e la sinistra è più aperta; entro i limiti dati, la destra tende a ridurre il
numero degli immigrati da accettare e la sinistra ad ampliarlo. Le posizioni più
radicali, di rifiuto totale dell’immigrazione o di tendenziale accoglienza universale,
sono oggi proprie di gruppi minoritari (settori della Lega e dell’estrema destra, sinistra
radicale), e anche in questi casi si tratta di slogan più che di scelte politiche concrete.
E’ facile capire come tutte le posizioni esaminate sull’immigrazione siano
contraddittorie e impossibili da applicare, e come questa impossibilità discenda dalla
sostanziale accettazione dei vincoli dello sviluppo capitalistico, e dal fatto che i flussi
immigratori sono legati a tale meccanismo. Non si può seriamente pensare di
bloccare il flusso degli immigrati, non si possono realmente attuare politiche
universali di accoglienza, non si può circoscrivere l’immigrazione ai soli immigrati
regolari. Perché non si possono realmente bloccare i flussi? In primo luogo la cosa è
tecnicamente difficile e molto costosa. Si possono ovviamente fare molti gesti isolati,
molti respingimenti che hanno effetti crudeli sulle persone coinvolte, ma rendere
realmente impermeabili le frontiere è impossibile. Ma al di là di questa
considerazione c’è un fondamentale aspetto economico: l’immigrazione rappresenta,
per i paesi di arrivo fra i quali l’Italia, l’acquisizione di manodopera in condizioni di
quasi-schiavitù, che permettono di abbassare il costo di molte produzioni e di
rendere meno traumatica le lenta distruzione del Welfare State, grazie all’offerta a
basso prezzo di cure alla persona. Inoltre l’immigrazione rappresenta un aumento del
numero dei lavoratori, che è fondamentale, nell’attuale organizzazione economica,
per tenere in ordine i conti finanziari da vari punti di vista, per esempio quello delle
pensioni.
Ma questi motivi, che impediscono di operare realmente il blocco dell’immigrazione,
sono gli stessi che impediscono una autentica politica di accoglienza, universale o
ristretta agli immigrati regolari. Infatti, ciò di cui ha bisogno l’economia è proprio di
manodopera senza diritti, quindi ricattabile in tutti i modi. La scomparsa, in un modo
o nell’altro, dell’immigrazione clandestina, priverebbe la manodopera immigrata
proprio di quelle caratteristiche che la rendono preziosa all’interno dello sviluppo
capitalistico attuale.
Ma allora che fare di fronte al problema dell’immigrazione? Innanzitutto occorre
rendersi conto che si tratta di un problema effettivo, e quindi occorre liberarsi dalle
immagini illusorie (tipiche della sinistra) di una armonica società multiculturale. In un
paese come l’Italia, gravato da tanti problemi, l’immigrazione rappresenta un ulteriore
elemento di tensione per il corpo sociale. D’altra parte bisogna liberarsi dalle illusioni
(tipiche della destra) di soluzione del problema attraverso la riduzione dei diritti degli
immigrati. E’ proprio la privazione di diritti a rendere gli immigrati carne pregiata per
l’accumulazione capitalistica, e quindi oggetto di una domanda da parte
dell’economia: la privazione di diritti alimenta l’immigrazione21. Allo stesso modo, non
ha senso, nelle condizioni reali in cui si attua l’immigrazione, chiedere “il rispetto
delle regole”. Le condizioni del rispetto delle regole dipendono da chi accoglie gli
immigrati. Se il nostro paese non offre agli immigrati condizioni di vita decenti e in più
di fatto tollera l’economia criminale e l’economia sommersa, è chiaro che crea tutte le
condizioni perché non vi sia rispetto delle regole da parte degli immigrati.
Occorre rendersi conto che, nelle condizioni attuali, l’unica politica che può avere
efficacia nel ridurre l’immigrazione è una politica indiretta. L’immigrazione dipende da
una dinamica mondiale nella quale sono coinvolti fattori economici, ecologici, politici
e militari nei confronti dei quali il nostro paese può fare ben poco. Non si può quindi
pensare di eliminare il fenomeno, ma si può certamente proporre una politica che ne
riduca le dimensioni e l’incidenza sulla tenuta sociale del paese. Come dicevamo,
una politica di questo tipo dovrà essere una politica indiretta: occorre un percorso di
ripristino della legalità, a partire dal ripristino dei diritti umani garantiti dall’articolo 2
della Costituzione, quotidianamente violati nei CIE voluti da destra e sinistra. Occorre
poi una politica di contrasto generale, a tutti i livelli, nei confronti della criminalità,
dell’economia sommersa, del lavoro nero e del lavoro privato di diritti, che sono gli
ambiti che possono attrarre gli immigrati privi di alternative. E un tale percorso
dovrebbe essere inserito all’interno di un’economia della decrescita, che rifiutando il
dogma dello sviluppo rifiuti anche il lavoro semi-schiavile di cui oggi esso ha
bisogno22. Si tratta di un percorso che ridurrebbe la domanda del lavoro semischiavile
offerto dall’immigrazione, e in questo modo ridurrebbe le dimensioni del
fenomeno. Un percorso di questo tipo, per i motivi che abbiamo spiegato, è al di là
degli orizzonti di destra e sinistra.
Facciamo un ulteriore esempio, e riprendiamo la discussione sopra svolta sullo
stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco. Abbiamo fatto vedere come alcune risposte
“di sinistra” siano in realtà delle non risposte, e come sia proprio il loro essere interne
all’orizzonte dello sviluppo a renderle tali. Ovviamente la destra non ha, allo stesso
modo della sinistra, nulla di sostanziale da dire. Ma che fare allora? Una possibile
risposta è stata delineata in un bell’articolo di Guido Viale23. Si tratta della
riconversione ecologica dell’economia. Il punto fondamentale è che una simile
proposta è concepibile solo fuoriuscendo dall’ottica dello sviluppo. Sviluppando le
21 Su questi temi si veda il Dossier statistico immigrazione 2008, a cura della Caritas-Migrantes.
22 Questo tema è approfondito in M.Pallante, Decrescita e migrazioni, Edizioni per la Decrescita Felice, Roma 2009.
23 Guido Viale “L'alternativa a Marchionne”, Il Manifesto, 17 giugno 2010. Si veda anche G.Viale, La conversione
ecologica, NdA Press, 2011.
considerazioni di Viale, possiamo infatti osservare che una riconversione ecologica
dell’economia dovrà essere indirizzata verso il risparmio di materie prime e di
energia, e quindi, pur comportando investimenti, tenderà a far diminuire il Pil. Per lo
stesso motivo, una tale impostazione non può essere lasciata alle libere forze del
mercato perché porterebbe ad un aumento della disoccupazione. E’ inevitabile che in
una tale riconversione varie fabbriche dovranno chiudere, e bisognerà quindi trovare
modi per compensare i lavoratori della perdita del posto di lavoro, modi che potranno
anche essere quelli suggeriti da Scalfari nell’articolo di cui abbiamo sopra discusso, e
che potranno essere realizzati solo uscendo dall’ottica dello sviluppo. Fra queste
“compensazioni” dovranno essere privilegiate quelle non monetarie (per esempio:
requisizione di appartamenti sfitti offerti gratuitamente ai lavoratori). Questa
impostazione (riconversione ecologica finalizzata al risparmio, accettazione della
chiusura di fabbriche con compensazione dei lavoratori fatta gravare sui ceti
dominanti) permette di mantenere vivi gli ideali storici della sinistra ma non è né di
sinistra né di destra, ed è al contrario comprensibile e accettabile per chiunque,
proveniente da sinistra o da destra, abbia superato e criticato l’ottica dello sviluppo24.
9. Una logica diversa dell’agire sociale e politico.
Abbiamo fin qui fatto qualche esempio su come le diversità di obiettivi specifici
chiamate a segnare una convincente linea di demarcazione tra destra e sinistra si
dissolvano nella loro traduzione concreta. Rispetto ai problemi economici ed
ecologici posti dalla necessità di usi crescenti dell’energia, l’obiettivo di rispondervi
con tecnologie pesanti e rigide come il nucleare, e quello di rispondervi con
tecnologie soffici e flessibili come il pannello solare, sembrano in astratto obiettivi
molti diversi, ma in concreto sono simili in quanto obiettivi di sviluppo,
economicamente ed ecologicamente inadeguati. Quel che occorrerebbe in concreto
non è una tecnologia ancora diversa per alimentare usi crescenti di energia, ma usi
decrescenti di energia nell’ambito di una decrescita della produzione di merci.
Questa decrescita non è però un obiettivo specifico misurabile nella sua particolarità
concreta, e neppure una configurazione generale di funzionamento della società, ma
è una nuova logica secondo la quale compiere le scelte politiche e sociali.
Generalizzando queste considerazioni, possiamo affermare che ciò di cui abbiamo
bisogno, per combattere la crisi di civiltà cui l’attuale organizzazione economica e
sociale ci sta portando, è una nuova forza politica che sostenga non tanto un nuovo
genere di obiettivi precostituiti da opporre agli obiettivi (solo retoricamente
24 Non casualmente, Guido Viale non riesce a trovare un soggetto politico al quale fare carico delle sue proposte, ed
è costretto nel suo articolo a rivolgersi ad una generica “iniziativa dal basso”. Poiché tutte le attuali forze politiche
sono interne all’orizzonte dello sviluppo, le proposte di Viale non possono essere prese in seria considerazione da
nessuna di esse.
contrapposti) della destra e della sinistra, ma sostenga piuttosto un modo nuovo di
costituire di volta in volta nuovi obiettivi.
Gli obiettivi di destra e sinistra, retoricamente esibiti e contrapposti, celano una logica
comune di distruzione crescente della coesione sociale, dei diritti umani, dell’identità
nazionale e dell’ambiente naturale. Bisogna a questa logica contrapporre un’altra
logica, del tutto incompatibile con la prima, secondo cui indicare percorsi, fissare
parametri, perseguire obiettivi, adottare ragioni.
La logica delle scelte sociali da cui sono guidate destra e sinistra è la logica
conseguente alle ragioni dei mercati finanziari, in cui sono incardinate le regole
europee di gestione della moneta, dei bilanci e dei debiti. Abbiamo già detto del
carattere distruttivo di tale logica. D’altra parte, disobbedire a ciò che i mercati
impersonalmente esigono come mezzi necessari ai profitti significa subire i loro
attacchi speculativi, che possono affondare monete, banche e Stati. Per contraddire
la logica mortale dei mercati finanziari occorre preventivamente privarli delle armi che
rendono possibili e devastanti i loro attacchi speculativi, vale a dire le enormi masse
di denaro che possono spostare, e l’assoluta libertà di movimento con cui possono
portarle facilmente e rapidissimamente ovunque. Una politica responsabile verso la
nazione dovrebbe sottoporre i movimenti dei capitali a filtri di controllo, a condizioni
limitatrici, ed a secche proibizioni di formule contrattuali troppo opache e rischiose. I
capitali messi in movimento speculativo, inoltre, dovrebbero venire tassati in maniera
implacabile e spoliatrice.
Una politica di tal fatta, resa purtroppo finora impensabile ai livelli decisionali del
paese, non sarebbe né di destra né di sinistra, dato che destra e sinistra sono
entrambe identificate con la necessità di obbedire ai mercati, ma sarebbe una
semplice e lineare espressione di una logica di giustizia.
La giustizia non è, come ha capito per primo Platone, il contenuto normativo di una
decretazione umana o divina, ma è una logica distributiva, la logica secondo cui a
ciascuno spetta ricevere ciò che intrinsecamente corrisponde alla sua sapienza, al
suo coraggio, ed all’attività che è chiamato a svolgere a vantaggio della società oltre
che suo proprio25. A ciascuno il suo, rettamente e profondamente inteso, è davvero il
principio della giustizia. La giustizia, dunque, non è l’eguaglianza, secondo
un’identificazione sostenuta un tempo dalla sinistra (e poi da essa ripudiata in modo
vergognoso). O meglio, la giustizia è anche eguaglianza, non però nel senso di un
universale livellamento degli individui (che è anzi ingiustizia, perché non dà a
ciascuno il suo), ma nel senso che entro uno stesso livello di espressione di doti
25 Una simile definizione rinvia a molte altre domande basilari (ad esempio: chi e come decide il ruolo di ciascuno
nella società? E dove sta la giustizia nell’accesso ai ruoli?), le risposte alle quali sono depositate nella storia della
filosofia. Qui ne prescindiamo, per arrivare diritti allo scopo del nostro discorso.
umane (e non tra livelli diversi) le condizioni ricevute da ciascuno devono essere
uguali. C’è poi un livello di espressione umana che consiste nella dignità ontologica
del semplice essere uomo e donna. La giustizia, proprio perché consiste nel
riconoscere a ciascuno il suo, esige dunque l’universale rispetto della dignità
dell’essere umano in quanto tale. Questa dignità è calpestata quando l’individuo è
privato delle risorse economiche indispensabili ad esprimerla socialmente.
La nozione di dignità umana nella sua connessione con la maniera in cui è
organizzata la produzione economica compare ripetutamente nella Costituzione
italiana, che è ispirata da una logica di giustizia, e che perciò è stata rinnegata di
fatto dalla sinistra, con l’ipocrisia di esaltarne lo spirito sul piano puramente verbale.
L’articolo 36 della Costituzione esige che la retribuzione del lavoratore sia tale da
consentire “un’esistenza libera e dignitosa” non soltanto al lavoratore stesso, ma
anche ai suoi familiari. L’articolo 41 riprende esplicitamente la nozione di dignità,
parlando di una “dignità umana” (e di una sicurezza sul lavoro in essa inclusa), cui
l’iniziativa economica privata, della quale è riconosciuta la libertà, non può in alcun
caso arrecare danno. L’articolo 37 presuppone la dignità della donna lavoratrice e del
minore avviato al lavoro riconoscendo loro, a parità di lavoro, retribuzione pari a
quella del maschio adulto, ed esigendo limiti minimi di età e speciali forme di tutela
per il lavoro dei minori. L’articolo 38 presuppone un’intatta dignità umana nelle
situazioni in cui il lavoro è impedito da malattie, infortuni, vecchiaia e licenziamenti, e
stabilisce che chi, in queste situazioni, manca di mezzi di sostentamento, ha un vero
e proprio diritto ad essere mantenuto dallo Stato.
E’ ben noto che i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi tre decenni, di
destra e di sinistra, hanno fatto carta straccia di questi articoli della Costituzione.
Basta guardare la realtà delle cose oggi in Italia per vedere come questi e tanti altri
articoli della Costituzione siano totalmente disattesi: il lavoro precarizzato e talvolta,
specie per gli extracomunitari, addirittura schiavile, cancella ogni progetto individuale
di vita e ogni rispetto della dignità delle persone; l’iniziativa economica privata viene
foraggiata con denaro pubblico e lasciata libera di creare lavori senza sicurezza né
economica né fisica per i lavoratori; le donne sono sfavorite rispetto agli uomini nelle
retribuzioni e nelle carriere; gli ingressi nel lavoro sono spesso sottopagati o
addirittura non pagati; e una generale assenza di protezione sociale costringe ad
accettare lavori senza diritti.
La ragione di tutto questo è semplice: la destra e la sinistra in politica, e naturalmente
le classi dominanti nell’economia, ritengono ineludibile la logica del governo della
società da parte dei mercati, che è oggi incompatibile con ogni altra logica, in
particolare con quella della Costituzione e della giustizia, che viene perciò resa dalla
prima totalmente inoperante26.
Una nuova forza politica, oltre l’orizzonte dell’alternativa di destra e sinistra,
dovrebbe prima di tutto individuare la necessità, per salvare l’Italia dallo sfacelo
sociale e civile, di un’inversione completa delle priorità valoriali. La logica della
giustizia e, sul piano giuridico, della Costituzione formalmente vigente (ma di fatto
inoperante) deve essere considerata assolutamente inderogabile.
10. Difesa della giustizia e decrescita.
Un primo fondamentale punto di partenza per una forza politica di alternativa
dovrebbe essere il seguente: occorre pretendere che nessuno in Italia, ma proprio
nessuno, sia privo dei mezzi necessari per costruirsi un percorso di esistenza
adeguato, secondo giustizia, alle proprie doti personali, e per viverlo serenamente, e
che nessuno, ma proprio nessuno, sia costretto ad un lavoro che gli rubi il tempo e
l’energia per una vita sensata e metta a repentaglio la sua sicurezza fisica. Folle
utopia? No, unica alternativa realistica alla totale disarticolazione della nostra società
nel caos e nella violenza diffusa. Impossibilità economica? No, come ci accingiamo a
spiegare. La sola difficoltà, certo gigantesca, è quella di spazzare via l’intero ceto
dirigente istituzionale, di governo e di sedicente opposizione, che ostruisce ogni
possibile via d’uscita all’attuale stato di degradazione.
Sul piano economico ci sono ben quattro fonti di finanziamento dei grossi costi
richiesti dall’attuazione della Costituzione per quanto riguarda il riconoscimento dei
diritti previsti dal titolo terzo della sua prima parte, quella relativa ai rapporti
economici. Le elenchiamo nell'ordine che supponiamo decrescente rispetto all'entità
delle risorse che esse renderebbero disponibili.
1. Imposta ordinaria sul patrimonio complessivo delle persone fisiche e giuridiche,
capace di prelevare le ricchezze là dove si sono concentrate e ingigantite negli ultimi
decenni attraverso la crescita delle diseguaglianze sociali e dell’evasione fiscale.
L’aliquota non dovrebbe essere alta, perché l’imposizione non dovrebbe essere
straordinaria, ma permanente come quella sul reddito, in modo da assicurare regolari
entrate annuali.
2. Eliminazione dei costi della corruzione, che gravano pesantemente sui bilanci
pubblici, perché accrescono capillarmente in tutti i settori le spese per gli appalti e
creano nuove spese per opere inutili o lasciate incompiute. L’attuazione di questo
punto esige una riforma del sistema giudiziario che gli dia i mezzi per operare in
modo efficace e rapido, e che ne accetti e solleciti il controllo di legalità sulla vita
pubblica. Gli sprechi nella spesa pubblica, di cui tanto si parla, quando sono
26 La sinistra aggiunge, alla sua totale sottomissione di fatto alla logica dei mercati, la disgustosa ipocrisia degli
omaggi verbali alla Costituzione e agli ideali emancipativi della sinistra storica. Ciò vale anche per la cosiddetta
sinistra radicale, che quando è stata al governo ha lasciato mano libera al mercatismo di Prodi.
veramente tali non sono che il risvolto di fenomeni corruttivi.
3. Riduzione delle spese militari attraverso la fine di tutte le operazioni di guerra,
disgustosamente chiamate missioni di pace, fuori dall’Italia, e la correlativa fine
dell’acquisto dei sistemi d’arma ad esse necessari.
4. Riduzione del costo del ceto politico mediante la riduzione sia del numero delle
cariche di elezione o nomina politica sia dell’entità dei compensi che assicurano, e
mediante la soppressione di spese indirette come i rimborsi elettorali e i
finanziamenti alla stampa di partito27.
Atttraverso queste quattro fonti di prelievo di ricchezza potrebbero venire mobilitate
grandi risorse che potrebbero contribuire a finanziare un piano nazionale di piena
occupazione e di rispetto del diritto della persona al riconoscimento della sua dignità
sociale nel lavoro.
Eppure ciò non basterebbe, perché si tratterebbe comunque di prelievi dal Prodotto
Interno Lordo, che per sua natura deriva dal valore monetario delle merci, ed è
perciò alimentato dal circuito commerciale e dalla competitività aziendale che vi dà
accesso. Come abbiamo spiegato nella parte iniziale di questo saggio, l’incremento
del PIL, cioè lo sviluppo, implica, in un paese come l’Italia e in questa fase storica,
l'attacco ai diritti e ai redditi del lavoro, senza neppure poter assicurare un
incremento dell'occupazione. Una logica di rispetto della dignità del lavoro tende
perciò a contrarre il PIL, contraendo, a parità di criteri di prelievo, le risorse che ne
vengono tratte.
Per affrontare questo problema, guardiamo la questione da un altro punto di vista.
Oggi la dignità delle persone è compromessa anche dal fatto che mancano o sono
resi progressivamente meno efficienti e meno accessibili i servizi pubblici necessari a
soddisfare bisogni essenziali. Gli imperativi della competitività derivanti dalla logica
dei mercati fanno infatti arrivare sempre meno risorse a questi servizi, obbligando ad
una loro gestione aziendalistica, che comporta minori gratuità per gli utenti e un
minor numero di addetti per le prestazioni, con conseguenti riduzioni quantitative e
qualitative delle prestazioni stesse. Dappertutto i servizi pubblici hanno piante
organiche inferiori al passato, e quasi mai coperte per intero nonostante il minor
numero di posti da coprire. Mancano così infermieri negli ospedali, con grave
pregiudizio per la cura e per l’umanità nei confronti dei pazienti; mancano addetti
all’assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti, con l'effetto o di un loro
abbandono in condizioni degradanti o di un pesante onere per le famiglie; manca il
27 Ci sarebbe una quinta fonte di finanziamento: l’esproprio delle ricchezze della criminalità organizzata. Non
l’abbiamo inserita nell’elenco precedente, perché in questo intendevamo elencare le fonti permanenti di entrate.
Coltiviamo la speranza che la criminalità organizzata non sia destinata ad essere una realtà permanente per l’Italia.
L'importanza di tali misure di esproprio sta soprattutto nel fatto che permetterebbero la ricostituzione di un patrimonio
pubblico (immobiliare, agricolo, edilizio) da utilizzare per una politica economica di tipo nuovo.
personale per asili nido e scuole materne, rendendo difficile la vita alle donne
lavoratrici con figli piccoli; mancano professori e custodi nelle scuole, degradandone
il servizio; manca personale di sportello negli uffici, rubando alle persone tempo di
vita con le lunghe code necessarie per qualsiasi adempimento burocratico; si viaggia
su treni talvolta con un solo macchinista e un solo ferroviere, esposti a pericoli di
vario genere, e si transita in stazioni abbandonate di notte.
Immaginiamo ora che una politica di piena occupazione porti ad immettere al lavoro,
nei servizi pubblici prima menzionati e negli altri, tutto il personale necessario a
garantire un loro ottimo funzionamento. Immaginiamo che, con un numero sufficiente
di infermieri, alcuni di loro possano venire destinati, per una parte del loro tempo di
lavoro, all’assistenza domiciliare di qualche anziano. Immaginiamo che per svolgere
questo servizio abbiano a disposizione locali in cui possano vivere, individualmente o
con qualche loro congiunto28. L’anziano non autosufficiente disporrebbe di un salario
indiretto costituito dal risparmio delle spese per una badante o del tempo dei suoi
familiari, l’infermiere disporrebbe di un salario indiretto costituito dal risparmio di un
canone d’affitto. I rispettivi salari indiretti aumenterebbero il tenore di vita dei due
soggetti persino con una qualche diminuzione dell’erogazione finanziaria nei loro
confronti (ad esempio con un salario leggermente inferiore all’infermiere in presenza
di un suo ben più consistente risparmio nell’affitto della casa). D’altra parte le spese
risparmiate dall’anziano per una badante, sostituite da un servizio non passante per
via mercantile, corrisponderebbero ad una decrescita della produzione di valori di
scambio.
Oppure si pensi al salario indiretto che può offrire una scuola materna che accolga in
modo gratuito i bambini, magari, in conseguenza di una politica di piena
occupazione, dalle abitazioni del proprio circondario, e quindi senza costi di
combustibile, e magari facendo mangiare loro i cibi del proprio orto. Chi disponesse
di un salario indiretto di questo tipo risparmierebbe tempo e denaro, e potrebbe
quindi godere di un più alto tenore di vita anche con un salario diretto leggermente
più basso. Lo stesso lavoro di maestre e maestri di scuola materna, fornitori di
questo salario indiretto, potrebbe a sua volta venire parzialmente retribuito con
salario indiretto, costituito, ad esempio, dalla gratuità di servizi sanitari e servizi di
trasporto.
Questi esempi servono a mostrare la possibilità logica di un miglioramento del tenore
di vita individuale a PIL e spesa pubblica decrescenti.
La logica del rifiuto degli obiettivi, di destra o di sinistra, realizzabili solo attraverso lo
28 In qualche edificio vicino di proprietà pubblica, se c’è, o in qualche appartamento che dovrebbe essere requisito
alle società immobiliari per ragioni di pubblica utilità.
sviluppo, e quindi insensati, vale a dire la logica della decrescita del PIL, è l'unica
logica di scelta sociale capace di rimuovere gli ostacoli economici ad una vita
dignitosa delle persone. Occorre naturalmente che la contrazione del PIL sia una
demercificazione dell'economia al di fuori dei parametri dello sviluppo, e non una crisi
recessiva dello sviluppo, che avrebbe effetti sociali negativi anziché positivi. Per
questo è necessario, come si evince dagli stessi esempi fatti, il contesto di una
politica di piena occupazione e di intervento dello Stato nell'iniziativa economica
privata e nei diritti di proprietà. L'esempio che abbiamo fatto di una scuola materna
funzionale alla decrescita presuppone uno Stato in grado di assumere personale,
disporre di una grande quantità di edifici pubblici, requisire terra per gli orti.
La logica della decrescita nega quindi la logica del mercato, così come la logica del
mercato nega la logica della decrescita, ovvero ogni logica di giustizia e rispetto della
dignità delle persone. La logica del mercato è la logica dello sviluppo perché lo
sviluppo è accrescimento del PIL, vale a dire del valore complessivo delle merci di
cui il PIL consiste, ed il valore delle merci si realizza nell'ambito del mercato,
secondo la sua logica. La logica del mercato, come funzione della logica dello
sviluppo, è la logica della competitività aziendale. Se un'azienda vuole stare sul
mercato, riuscendo a realizzarvi il valore delle merci che vi immette, e che vanno
così ad accrescere il PIL, deve essere competitiva con le altre.
Per capire le conseguenze della logica del mercato riprendiamo ancora una volta la
vicenda di Pomigliano e leggiamo la lettera scritta dall'amministratore delegato della
FIAT Sergio Marchionne agli operai di Pomigliano per dire loro che la Panda sarà
costruita nella loro fabbrica. In un brano di questa lettera scrive:
“Le regole della competitività internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di
noi ha la possibilità di cambiarle. L'unica cosa che possiamo scegliere è se stare
dentro o fuori dal gioco. Non c'è perciò nulla di eccezionale nelle nostre richieste.
Abbiamo solo la necessità di garantire normali livelli di competitività ai nostri
stabilimenti […] Non c'è niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di
gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale”29.
Anche in una lettera tutta miele quale Marchionne avrebbe inteso scrivere (vi
esordisce infatti dicendo che non parla come azienda, che è un'entità astratta, né
tanto meno come padrone, quale non si sente, ma come persona che vuole
comunicare in modo diretto ed umano con amici con i quali va deciso un comune
futuro), traspare il veleno mortale della logica di mercato. Garantire ad uno
29 La Stampa, 10 luglio 2010, pag.5.
stabilimento “normali livelli di competitività”, dice infatti Marchionne, è una necessità,
altrimenti esso non sopravvive. Ma cosa determina i “normali livelli di competitività”?
“Quello che succede a livello mondiale”, risponde giustamente Marchionne, per cui è
a suo parere ovvio che “quello che succede a livello mondiale” costituisca il criterio a
cui adattare il sistema di gestione di ogni stabilimento affinché sia competitivo. Il
mercato mondiale spinge dunque ad innovare i sistemi di gestione in funzione dei
suoi criteri di competitività, ma poi sono proprio le innovazioni accrescitive della
competitività che, generalizzandosi, determinano ulteriormente quei criteri,
rendendoli sempre più severi.
Ecco, chiaro davanti ai nostri occhi, il veleno: se la competitività “normale” per stare
sui mercati cambia nel tempo, ovviamente in una sola direzione, cioè esigendo uno
sfruttamento sempre più duro del lavoro, ed è escluso per principio un limite, appunto
perché è escluso per principio non essere competitivi, cosa diremo quando per stare
sui mercati occorrerà un lavoro di quindici ore giornaliere a pane e acqua? Diremo
che questo è pur sempre meglio che morire proprio di fame? Accetteremo un
referendum che chieda ai lavoratori: preferite quindici ore di lavoro ad acqua e pane
sufficiente per voi e per le vostre famiglie, magari con l'aggiunta di un po' di buon
companatico se di ore ne farete diciassette (soltanto, per carità, se deciderete voi
stessi liberamente di accettare gli straordinari) oppure preferite morire fisicamente di
fame, visto che l'azienda non può darvi nessun lavoro e nessun reddito in quanto ci
sono polacchi disposti, pur di sopravvivere, a lavorare quindici ore al giorno a pane e
acqua, ed anche ad essere frustati se non seguono i tempi giusti (e questo, pensate,
non ve lo chiediamo neppure)?
Ecco: tutto il verbalismo insulso della destra e della sinistra, per cui per fare quello e
quell'altro “ci vuole la crescita”, non si sente mai tenuto a rispondere a questa
semplicissima obiezione: dopo l'avvento della cosiddetta globalizzazione, la crescita
è impossibile senza competitività, è impossibile senza una progressiva perdita di
diritti e dignità del lavoro, come è provato dai fatti stessi, perché proprio questo è
avvenuto negli ultimi venti o trent’anni. Dobbiamo davvero continuare ad andare in
questa direzione, fino all'avvento della schiavitù? Oppure dobbiamo uscire dai
mercati? E’ sulla risposta a questa domanda che si gioca il discrimine vero fra chi si
oppone alla degradazione della società contemporanea e chi la accetta. Destra e
sinistra, con mille sfumature diverse, rispondono che non si può uscire dai mercati, il
che significa che esse accettano la degradazione del lavoro, la distruzione dei diritti,
il caos sociale, la violenza, la distruzione ambientale che il capitalismo attuale crea.
E’ questa accettazione di fondo che rende appunto semplici sfumature le differenze
che possono continuare ad esserci fra destra e sinistra. Chi voglia invece costruire
una forza politica di alternativa alla crisi di civiltà che ci aspetta deve invece
rispondere “sì, occorre uscire dai mercati”. Certamente uscire dai mercati non è
indolore, e i danni dell'uscirne sono tanto maggiori, e persino insostenibili, quanto più
la configurazione economica generale dipende dai flussi del commercio
internazionale. Ma se puntassimo davvero sulla decrescita, consumando sempre più
beni non in forma di merci, e sempre più merci provenienti da filiere corte e
stagionali, riducendo drasticamente consumi energetici e produzione di rifiuti, ed
ampliando aree di produzione economica cooperativa o statale a scapito di quelle
private e commerciali, il paese potrebbe non stare sui mercati e non tributare i suoi
sacrifici umani al dio della competitività. Se tutto ciò non risulta chiaro, è perché non
siamo ancora usciti dal nebbioso politichese di destra e di sinistra, con i suoi luoghi
comuni dementi, ma ancora influenti. Il ripristino di un linguaggio che parli della realtà
è un altro dei grandi temi di una forza politica di alternativa.
11. Tornare ad un linguaggio che parli della realtà.
Chiunque sia interiormente orientato da una logica di ricerca della trasparenza e
della verità delle cose è spinto prima di tutto da un suo istinto mentale al disgusto
verso l'intero spettro della politica istituzionale segnata dalle articolazioni di destra,
centro-destra, centro, sinistra moderata e sinistra cosiddetta radicale30. Ciò che
suscita un disgusto primario, anteriore cioè alla considerazione stessa delle
dinamiche di potere svolte entro quello spettro, è il verbalismo retorico vacuo e
truffaldino dei loro protagonisti, con il quale essi fanno evaporare la realtà nelle
parole, negano di fare ciò che fanno, si attribuiscono meriti che non hanno, e
conciliano nei discorsi ciò che è inconciliabile nei fatti, in modo da dare per già fatto
ciò che non hanno alcuna intenzione di fare. I politicanti dell’Italia contemporanea
hanno inventato un linguaggio-argilla, che può essere manipolato in tutti i modi, e
che permette loro di non essere mai vincolati a nessuno impegno. L’invenzione di
questo linguaggio è una conseguenza della trasformazione del ceto politico da
rappresentante degli interessi dei diversi ceti sociali a ceto sociale autoreferenziale,
che cura solo i propri interessi, e che lascia la società in balia dell’economia
capitalistica. Il meccanismo di questa trasformazione, e lo svuotamento di destra e
sinistra che essa comporta, li abbiamo descritti nella prima parte. Il fatto che destra,
centro e sinistra convergano nell’uso di un linguaggio privo di qualsiasi aggancio con
la realtà è un indizio in più della loro sostanziale omologazione. Così, non è
importante sapere chi sia stato a inventare espressioni ignobili come “missioni di
pace” per definire interventi di guerra fuori d'Italia. L’importante è capire che un ceto
30 Inseriamo la sinistra radicale nell’arco della politica istituzionale perché ha dimostrato nei fatti che quello è il suo
unico ambito di interesse, anche se per i suoi stessi errori ne è momentaneamente estromessa.
politico che fa proprie simili espressioni è in grado di dire qualsiasi cosa. Potrebbero
dirci che sono dimagriti arrivando a pesare dieci chili più di prima, che sono saliti
dalla pianura in collina percorrendo una strada sempre in discesa, che hanno spento
un incendio con getti di benzina. Ed in effetti ci dicono ogni giorno cose simili. Che
vogliono i CIE per gli extracomunitari, ma nel rispetto dei diritti di costoro. Che
sostengono il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato in Palestina, ma in uno
spirito di amicizia e nel rispetto della cooperazione politica e militare con lo Stato di
Israele (Stato nato e cresciuto come coloniale, etnico e religioso, e disposto a far
nascere uno Stato palestinese come l'OAS lo sarebbe stata a far nascere uno Stato
algerino). Che auspicano la costruzione di rigassificatori marini, ma sicuri e rispettosi
dell'ambiente. Il vertice di questo assurdo linguaggio senza referente è stato forse
toccato tempo fa dall'esponente del PD spezzino Moreno Veschi. Riferiscono i
giornali di allora che, dopo la campagna scatenata sul suo blog da Beppe Grillo, ed
una inedita mobilitazione di gruppi ambientalisti, il Consiglio regionale della Liguria
ha votato l'esclusione del parco naturale di Monte Marcello dall'applicazione
dell'appena annunciato piano-casa di Berlusconi, autorizzante aumenti di cubatura
edilizia e cambi di destinazione d'uso di locali in deroga alle norme urbanistiche.
Ebbene: subito dopo il voto il consigliere regionale Moreno Veschi si è rivolto ad una
persona presente nel pubblico dicendogli: “Visto? Siamo finalmente riusciti a salvare
il parco di Monte Marcello!”, proprio lui, che dodici ore prima (dodici ore soltanto,
neppure un giorno prima!) si era opposto ad un emendamento volto a salvare il parco
dal cemento, per poi accodarsi al nuovo atteggiamento strumentalmente assunto dal
suo partito31.
Moreno Veschi può venire dunque considerato la raffigurazione stessa del linguaggio
vuoto, senza verità e senza significato, adottato da tutto intero il ceto politico.
Quando ad esempio, Prodi, appena tornato nel 2006 a governare l'Italia con una
coalizione di centro-sinistra che lasciava qualche strapuntino di potere a
Rifondazione comunista, ha predisposto una legge finanziaria che ha ritoccato
qualche aliquota fiscale, la stessa Rifondazione comunista ha fatto comparire nelle
città un suo manifesto in cui sotto l'immagine di un'imbarcazione di lusso
campeggiava una scritta “Anche i ricchi piangono”. Forse Prodi aveva preparato
un'imposta patrimoniale sulla grandi ricchezze? Oppure aveva deciso di tassare le
rendite finanziarie secondo la media europea, e non meno della metà di quanto fosse
tassato un povero libretto di risparmio postale? Oppure aveva riportato le aliquote
31 La vicenda è raccontata per esempio all’indirizzo
http://preve.blogautore.repubblica.it/2009/10/29/piano-casa-stoppata-lacolata/.
All’ovvio rilevamento della contraddizione, Moreno Veschi ha risposto che dodici ore prima non aveva
letto il documento in questione.
fiscali sui redditi massimi a quelle che erano state vigenti nell'Italia democristiana?
Nulla di tutto questo. Limitati e cervellotici cambiamenti di aliquote erano stati
predisposti riguardo ai redditi di fascia media e medio-alta, tassando un po' di più i
redditi medi superiori e un po' di meno i redditi medi inferiori, scontentando
giustamente tutti gli interessati (i beneficiati accorgendosi che i loro benefici erano
spiccioli, gli aggravati ritenendosi vittime di un'ingiustizia), senza neppure sfiorare i
redditi alti e altissimi. Perché allora i ricchi avrebbero dovuto piangere? Semmai
potevano ridersela. Si è trattato, è evidente, di un puro verbalismo senza contenuto,
il cui scopo era di propagandare l'immagine di una Rifondazione che è entrata nel
governo per togliere ai ricchi e dare ai poveri.
All’inizio del 2007 vi è in Parlamento la relazione sulla politica estera del governo
Prodi. Due parlamentari della maggioranza (Turigliatto di Rifondazione e Rossi del
PdCI) fanno mancare il loro voto, per esprimere la loro opposizione alla
partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, rischiando di far cadere il governo.
Il mondo mediatico e intellettuale della sinistra scatena una campagna di lapidazione
morale dei due, dagli attacchi diretti del segretario di Rifondazione Comunista Franco
Giordano fino alle volgarità di Luciana Littizzetto durante la trasmissione Che tempo
che fa, nel suo monologo comico davanti a Fabio Fazio.
Siamo anche in questo caso in presenza di un linguaggio che non tiene più conto
della realtà, se si tiene presente che Rifondazione e Comunisti Italiani avevano in
precedenza sempre votato contro la spedizione in Afghanistan. I dissidenti non erano
dunque Turigliatto e Rossi, ma tutti gli altri parlamentari di PRC e PdCI, che avevano
votato questa volta in dissidenza dalle loro prese di posizione precedenti,
semplicemente perché chi li chiamava al voto era Prodi e non Berlusconi.
Ancora sul linguaggio della cosiddetta sinistra radicale: tutte le volte che, trovandosi
in una maggioranza di governo, ne ha avallato, pur di non esserne estromessa,
provvedimenti contro il lavoro, ha usato, con meccanica e fastidiosa ripetitività,
l'espressione “macelleria sociale”, per sostenere di averla potuta evitare soltanto con
quell'avallo. Il linguaggio diventa in questo modo assurdo, perché evoca l'assenza di
ciò che è presente e prodotto, come se uno dicesse, mentre sta mangiando, “non sto
toccando cibo”. Così nel 1997, sotto il governo Prodi, l'approvazione parlamentare
del cosiddetto “pacchetto Treu”, che apriva le porte all'inferno del lavoro precario e
senza prospettive per i giovani, avvenne con il voto determinante di Rifondazione
comunista, e tale voto, che fu un vero atto di “macelleria sociale”, se le parole
devono avere un senso, fu presentato come un atto che era servito ad impedire la
“macelleria sociale”32.
32 Per altri esempi dell’insensatezza del linguaggio della sinistra radicale si veda M.Badiale, Rumore molesto, in
C'è dunque un'altra necessità, oltre quella imposta dalla logica della giustizia che
abbiamo prima considerato, di andare oltre la falsa dicotomia destra-sinistra, ed è la
necessità di non far morire quello che i greci chiamavano il logos, cioè un linguaggio
che nel suo articolarsi sia svolgimento del pensiero, esprimendo la realtà e la verità
delle cose.
Il ceto politico nella sua interezza negli ultimi decenni ha diffuso una retorica della
comunicazione in cui non c'è la minima traccia di logos, perché le sue parole non
aderiscono a nulla che non sia una valorizzazione pubblicitaria di chi le dice, senza
alcun referente nello stato dei fatti. Questa retorica della comunicazione senza logos
produce le risse televisive tra politicanti di destra e di sinistra, che cercano di
sopraffarsi a vicenda senza conoscere ciò di cui parlano e senza far capire nulla al
telespettatore. In questo c'è un'enorme responsabilità di quasi tutti i conduttori, che
quando trattano un tema di attualità chiamano a dibatterlo, nei loro salotti televisivi, la
solita platea affollata di politicanti di destra, centro e sinistra che si beccano senza
costrutto come galli nel pollaio, mentre si dovrebbero far parlare soltanto persone
competenti.
Il fatto che il vuoto verbalismo senza traccia di logos sia diventato bastevole alla
comunicazione politica ha contribuito, accanto ai meccanismi sempre più perversi di
selezione del ceto dirigente, a portare in parlamento e nel governo figure opache e
senza radici culturali né consapevolezza storica, puri manichini del presente. Non
dobbiamo dare più peso alle distinzioni tra destra e sinistra entro il ceto politico
anche perché non dobbiamo più sopportare di essere in mano a politicanti, quali
sono quelli di destra e di sinistra, per cui la cultura, le ragioni, la sostanza delle
questioni, non hanno significato, non avendo essi neanche le parole per significarle.
12. Non consumiamo il territorio.
L'Italia è trascinata nel baratro, oltre che dall'imperativo della competitività che la
spinge verso la cancellazione dei servizi sociali e la riduzione del lavoro a schiavitù,
anche dagli obiettivi di uso del territorio per generare profitti privati, introiti comunali e
finanziamenti politici, che la spinge al dissesto geologico, alle frane che inghiottono
abitati, all'avvelenamento delle falde acquifere, alla compromissione del turismo.
Destra e sinistra mettono continuamente in campo obiettivi specifici, talora diversi
talora simili o identici, di uso del territorio come mezzo di produzione di plusvalore.
Per quanto riguarda gli obiettivi messi in campo dalla destra, si pensi alla grande
tangenziale esterna est di Milano, voluta dal presidente della regione Lombardia
Roberto Formigoni, e all'espansione delle infrastrutture edilizie nel cosiddetto Parco
Sud, l'unica area verde di Milano sopravvissuta, voluta dal sindaco di Milano Letizia
R.Massari (cura di), I Forchettoni rossi, Massari editore, Bolsena 2007, pp.217-255.
Moratti. Per quanto riguarda gli obiettivi messi in campo dalla sinistra, si pensi ad una
regione come la Liguria, negli ultimi decenni quasi continuamente amministrata dal
centrosinistra, che ha accettato la costruzione di sempre nuovi porticcioli turistici, il
progetto del raddoppio dell'autostrada a Genova (la cosiddetta “gronda”), la
costruzione di un parcheggio sotterraneo a Genova nel sito dello storico parco
dell'Acquasola. Su scala nazionale, la destra è favorevole al megaponte sullo stretto
di Messina, a cui tutta la sinistra è contraria. Ma si trovano nel PD i fautori dell'alta
velocità ferroviaria, volutamente immemori dei disastri ambientali prodotti dai cantieri
dell'alta velocità in una vasta area tosco-emiliana, fortemente voluti dagli esponenti
del PD di quelle regioni.
La salvaguardia della nazione esige che agli obiettivi, differenziati o identici, della
destra e della sinistra, di uso del territorio a scopo di profitto economico, una nuova
forza politica contrapponga non obiettivi diversi, ritenuti più razionali e più
ecocompatibili, ma una logica opposta a quella che guida la scelta di quegli obiettivi,
vale a dire una logica di assoluto non ulteriore consumo del territorio. Qui è
importante sottolineare l'aggettivo assoluto: il consumo del territorio deve cioè essere
arrestato del tutto, senza più alcuna grande opera aggiuntiva, senza più neppure
pale eoliche e sistemi fotovoltaici, ad eccezione, tra questi ultimi, di quelli impiantabili
su territorio già consumato, come sui tetti degli edifici. Si tratta ora di spiegare la
necessità di questa assolutezza.
La logica del consumo del territorio è imposta dalla logica della crescita. Se cioè si
ritiene necessaria la crescita annuale significativa del PIL (e destra e sinistra
concordano nel ritenerla assolutamente necessaria, perché entrambe non sanno
concepire altre realizzazioni sociali se non mercantili, e quindi realizzabili soltanto
con finanziamenti prelevati dal prodotto interno lordo), poiché manifatture e servizi
generano oggi nel loro complesso ben poco plusvalore, e poiché sul terreno
produttivo, a prescindere cioè dalla finanza, solo il consumo del territorio assicura
un'alta redditività, per molteplici ragioni (drenaggio massiccio e nascosto di risorse
pubbliche, possibilità di sfruttamento molto pesante di mano d'opera, facilità di
elusione fiscale, alta domanda finale da parte di pubblici amministratori e privati
speculatori), non si può far altro che promuovere il consumo del territorio.
Senonché, al punto in cui siamo giunti in Italia, il consumo del territorio è una triplice
follia. È follia, in primo luogo, perché il dissesto idrogeologico del paese è tale che la
sua ulteriore cementificazione non può che moltiplicare disseccamenti e
avvelenamenti di corsi d'acqua, e, contemporaneamente, tracimazioni e frane, con la
finanza pubblica chiamata a pagare i danni del profitto privato dissennatamente
perseguito.
Il consumo del territorio è follia anche perché, al punto in cui siamo, esso non può
che completare la distruzione già avanzata della bellezza dei paesaggi italiani e della
straordinaria eredità storico-archeologica del paese. Si pensi che secondo l'ONU
l'Italia possiede circa metà del patrimonio storico-artistico dell'umanità. Impoverire i
siti archeologici, imbruttire i paesaggi naturali, alterare gli insediamenti storici,
indebolisce la cultura e l'identità della nazione, cosa però di cui nulla importa ai nostri
incoltissimi politicanti di destra e di sinistra. Rimane tuttavia il fatto che in questo
modo non si coltiva il turismo, che difatti ha registrato già, nell'ultimo decennio, una
significativa flessione, a vantaggio di altri paesi come la Spagna e la Croazia. Ora,
puntare tutto sulla crescita del PIL, come fanno i nostri politicanti di destra e di
sinistra, e nello stesso tempo depauperare una sorgente fondamentale di introiti
mercantili, e quindi di crescita, come il turismo, non è certo sensato.
Il consumo del territorio è infine follia perché, all'intensità con cui avviene, si è
calcolato che nel giro di pochi anni, forse appena una quindicina anni, non ci sarà più
in Italia territorio da consumare senza spese esorbitanti. Dunque promuovere la
crescita attraverso il consumo del territorio significa far correre il paese verso un
arresto traumatico della crescita stessa, generando quindi non la decrescita della
demercificazione, ma una grave crisi recessiva con tutti i danni economici e sociali
che comporta.
Una logica di assoluto non ulteriore consumo del territorio consente invece di far
convergere l'attività economica in una estesa e prolungata manutenzione
dell'esistente, migliorando la qualità della vita degli abitanti, creando molti posti di
lavoro, e rendendo possibile una parziale demercificazione dei loro compensi.
L'assoluto non ulteriore consumo del territorio consente inoltre i necessari interventi
riparativi sul territorio già consumato, valorizzando preziose competenze
professionali, come ad esempio quelle dei geologi. L'assoluto non ulteriore consumo
del territorio consente infine di risolvere l'emergenza abitativa che si è determinata in
Italia. Uno dei pregiudizi più diffusi, ma completamente sbagliati, è che per dare casa
a chi non ce l'ha occorra costruire nuove case. Ma negli ultimi decenni la crescita
della popolazione è stata molto contenuta, mentre hanno continuato ad essere
costruite nuove case. Il problema è che dopo il rifiuto democristiano, nel 1964, di
accettare la posizione di Riccardo Lombardi secondo cui a quel punto la cosa più
urgente da fare per l'Italia era una legge urbanistica che abolisse la proprietà privata
dei suoli e riconoscesse ai privati solo un diritto di edificabilità su concessione
pubblica, e di dar corso ad un progetto di legge del genere predisposto da un
ministro democristiano, Fiorentino Sullo, l'edilizia pubblica è diminuita decennio dopo
decennio. Le case le hanno costruite sempre più soltanto i privati, in un'ottica di
sfruttamento selvaggio, e perciò redditizio, del territorio, ma proprio per questo si è
trattato in larga parte di ville per ricchissimi, di seconde e terze case di villeggiatura
per i ceti medio-alti, e di case per grandi società immobiliari intenzionate a lasciarle
sfitte per innestarvi circuiti di compravendite speculative, come se si trattasse di
azioni (si pensi ad un Ricucci). Promuovere il consumo del territorio significa dunque
bensì costruire, ma non dare casa a chi ne ha bisogno. Non consumare territorio
significa invece spezzare una crescita speculativa e malata dell'edilizia (fonte, ma
questo richiederebbe un altro lungo discorso, di uno sfruttamento brutale del lavoro
che ne fa luogo di incidenti mortali, e di grandi investimenti e guadagni per mafie di
ogni genere) e rendere così possibile la destinazione delle case già pronte per
essere abitate, e di quelle che potrebbero esserlo con lavoro di manutenzione della
mano pubblica, a quanti sono oggi senza casa.
Un altro aspetto del consumo del territorio è l'invasione degi spazi pubblici da parte
della pubblicità. I luoghi di sosta dei cittadini (uffici postali, stazioni) sono invasi dalla
pubblicità e da luoghi di vendita dei più diversi tipi. In questo modo tali luoghi pubblici
accentuano il loro carattere di non-luoghi, meri supporti del flusso delle merci, e il
cittadino, che vi si reca non per acquistare ma per altre esigenze, è così spinto
all'acquisto inutile. Anche questo è un consumo del territorio da combattere.
13. Ripristino della legalità.
Abbiamo fin qui spiegato che una forza politica alternativa dovrebbe rifiutare la
competitività mercantile per la dignità della persona, rifiutare la crescita del prodotto
interno lordo per una decrescita delle merci migliorativa della qualità della vita,
rifiutare il consumo economico del territorio per un suo reintegro sociale, rifiutare il
verbalismo retorico privo di realtà per un linguaggio espressivo della verità delle
cose.
Dovrebbe anche, però, perseguire una logica di legalità. La legalità, oggi, è
disprezzata, a destra, per non mettere in questione il malaffare, e, a sinistra, per
mantenere il primato della politica anche quando non è più vera politica ma pura lotta
per le poltrone. Non c’è qui materia per una discussione razionale, perché le
motivazioni in questi casi nascondono malamente gli sporchi interessi della casta
politica.
L’unica critica al principio di legalità che abbia una dignità culturale è quella che
viene dall'estrema sinistra, con l’argomento che la legge vigente è sempre quella
delle classi dominanti, per cui il legalitarismo è contrario agli interessi delle classi
subalterne. A questa obiezione si può rispondere che la realtà è più complicata,
perché le leggi riflettono anche momenti di tregua nei conflitti di classe non
svantaggiosi per le classi subalterne, e che le leggi che svolgono una certa funzione
in una certa fase storica possono svolgerne un'altra in una fase successiva in cui
sono rimaste vigenti. In Italia, in particolare, il principio di legalità rettamente inteso
legittima, o addirittura impone, il rifiuto di leggi ordinarie alla luce di quella suprema
fonte di legalità che è la Costituzione, e il punto decisivo è che il concreto percorso
storico ha reso oggi la Costituzione stessa una trincea avanzata proprio nella lotta
contro le classi dominanti (i cui esponenti non a caso ne chiedono spesso
cancellazioni). Occorre quindi che forze nuove e fresche vadano a presidiare la
trincea della Costituzione, per dare all'Italia l'unica rivoluzione al momento scritta
nelle cose, una rivoluzione che spazzi via senza compromessi l'attuale ceto dirigente
politico ed economico, per imboccare una nuova strada di civiltà dal percorso e
dall'esito sociale non prefigurabile.
Chi pensa che lottare per imporre al paese una logica di legalità fondata sui principi
della Costituzione sia poca cosa dovrebbe meditare su una considerazione fatta
l'anno scorso dal procuratore Vito Zancani. Questi, parlando della realtà non di
Corleone o di Casal di Principe, ma della padana Modena, ha affermato che se,
magicamente dotato di poteri miracolosi, potesse far sì che nella città emiliana non
andasse più a buon fine alcun reato, ne distruggerebbe l'economia, e non avrebbe il
plauso di una popolazione ridotta in miseria.
Non si tratta di una battuta, ma della pura verità, perché oggi l'economia
autoreferenziale del plusvalore, alimentata dalla crescita del PIL attraverso la
crescita dello sfruttamento del lavoro e del consumo del territorio, può andare avanti
solo violando continuamente ed estesamente le stesse leggi borghesi. Battersi per la
legalità significa dunque oggi spingere al deragliamento l'economia del plusvalore,
ed allo sfaldamento le basi di potere del ceto politico, mettendo in difficoltà anche
d'immagine le classi dominanti, che non possono rivendicare apertamente per se
stesse la libertà di delinquere per svolgere le loro attività.
Una nuova forza politica oltre la destra e la sinistra deve dunque saper
convincentemente proporre una politica della legalità, che deve partire dalla piena
applicazione dell'articolo 104 della Costituzione, secondo cui la magistratura è un
ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere. Sappiamo come in
determinate situazioni, e con determinati soggetti, il potere indipendente della
magistratura abbia dato luogo ad inconvenienti ed arbitrii. Ma, nella situazione
odierna, non c'è cosa più importante che garantire la possibilità di un controllo di
legalità della magistratura sull'attività economica e politica, quali che ne siano in
pratica i limiti. Per contrastare questi limiti occorre promuovere trasparenza e velocità
dei processi. Cosa che né destra né sinistra hanno mai fatto, né mai faranno, perché
proprio i dispositivi costituzionali dell'indipendenza della magistratura,
dell’inamovibilità dei giudici da parte del potere politico, dell'obbligatorietà dell'azione
penale, fanno temere l'efficienza della giustizia, spingendo la casta politica a favorire
l'inefficienza come unico mezzo per sottrarre il potere politico e quello economico ad
ogni controllo di legalità. D'altra parte nessun governo recente, né di destra né di
sinistra, ha fatto qualcosa per combattere la lentezza dei processi: in entrambi i casi
si sono fatti mancare al sistema giudiziario i mezzi per funzionare33.
14. Per una economia del bene comune.
Destra e sinistra hanno abbandonato ormai da trent'anni l'idea che uno Stato civile
debba poter disporre di una sfera pubblica dell'economia per essere in grado di
assicurare gratuitamente alcuni servizi essenziali e di compiere interventi strategici di
indirizzo nei mercati. L'unica economia ritenuta accettabile è oggi quella mercantile,
naturalmente con forme residuali di partecipazione pubblica volte a garantire che col
mercato e con la corruzione che lo alimenta ingrassino non soltanto azionisti e
manager privati, ma anche pezzi del ceto politico.
La scomparsa di un'economia pubblica non ha prodotto soltanto crescenti
diseguaglianze sociali, nuova povertà, distorsioni dei consumi e fattori di crisi
finanziaria, ma ha avuto anche effetti culturalmente e moralmente devastanti sul
piano della mentalità collettiva. Il messaggio, ossessivamente ripetuto, che il pubblico
sia di per se stesso inefficiente, che il privato sia di per se stesso efficiente, e che le
privatizzazioni introducano dinamismo e meritocrazia nella società, ha legittimato,
con il favore di un ceto politico fradicio di corruzione in tutte le sue componenti, il
perseguimento dell'utile privato al di fuori di ogni regola. Non sono forse il dinamismo
e la meritocrazia socialmente più utili di qualsiasi regola?
Il fatto è che il postulato di base sulla maggiore utilità sociale del privato sganciato
dal pubblico è quanto di più falso ci possa essere. Quel che la legittimazione dell'utile
privato comunque perseguito produce è dunque semplicemente la diffusione
universale e coatta dell'avidità come regola di comportamento.
La società ne è devastata come da una metastasi cancerosa. La soluzione di ogni
problema sociale viene fatta passare attraverso attività private (non importa se
formalmente del tutto tali, o come forma di gestione privata del pubblico), e le attività
private passano soltanto attraverso l'avidità di guadagno. L'avidità, da elemento
soggettivamente motivante di una realizzazione socialmente utile, diventa di fatto
l'unico fine da realizzare. Non vengono dati appalti per compiere un'opera, ma è
l'opera che viene compiuta per dare appalti. Così ogni opera costa tre o quattro volte
quello che dovrebbe costare, e spesso, quando sono già state incassate le prebende
33 Un discorso a parte meriterebbe l'argomento fondamentale della lotta alle mafie, ma è un discorso che non
facciamo per non allungare ulteriormente questo scritto. Il punto fondamentale qui è capire che le mafie non si
sconfiggono senza spazzare via l'intero attuale ceto politico, che per convenienza ad esse si intreccia.
dei privati e le tangenti dei politici, non viene portata a compimento. Le cosiddette
grandi opere non sono messe in cantiere per la loro utilità, neanche per la loro utilità
strettamente economica, ma per il giro d'affari che mettono in movimento con la
corruzione e le tangenti. Tutto ruota attorno all'avidità, e l'idea stessa di un bene
comune scompare. Il mercato compie una selezione meritocratica a rovescio, nel
senso che le aziende che sanno come manovrare gli appalti e farseli pagare, perché
collegate o alla malavita o al ceto politico o a entrambi, prosperano e si allargano,
mentre le aziende fondate sul talento di imprenditori e operai, se fuori dal giro della
corruzione, non ottengono appalti e si vedono negare o ritardare i pagamenti per i
lavori fatti, finendo così fuori mercato.
Gli apologeti del mercato, di fronte a queste evidenze, ribattono in genere che quello
che abbiamo appena descritto non è il Vero Mercato. Ma si tratta dello stesso atto di
fede di chi si appellava al Vero Comunismo per rendere inoffensive le critiche
all’ideologia comunista basate sulla realtà dei paesi socialisti. L’evidenza pratica e le
riflessioni teoriche degli studiosi non appiattiti sull’apologia dell’esistente mostrano
che il mercato reale è sempre stato attraversato e strutturato da brutali rapporti di
forza esterni alla pura concorrenza su costi e prezzi, e questi rapporti di forza sono
nell'Italia di oggi determinati dalla malavita organizzata e dalla corruzione politica
interna, oltre che dalle pressioni finanziarie esterne. Il mercato reale è questo, non
quello astrattamente pensato da Walras e mai realizzatosi nella storia, proprio come
il comunismo reale è stato quello dell'Unione Sovietica e dei paesi satelliti, e non
quello astrattamente pensato da Marx e mai realizzatosi nella storia.
Se si capisce questo si capisce come oggi occorra combattere con la massima
durezza i privilegi del ceto politico per il costo che fanno gravare sull'Italia non tanto
in termini economici, quanto in termini culturali e sociali. L'autoreferenzialità
privilegiata del ceto politico ne fa infatti il perno dell'asocialità, dell'antimeritocrazia e
della criminalità dell'attuale economia di mercato, e della diffusione universale
dell'avidità come unico criterio comportamentale. Siamo tutti lesi, nella nostra vita
quotidiana, da rapporti sociali posti in essere soltanto dall'avidità.
Una nuova forza politica, capace di andare altre l'orizzonte della destra e della
sinistra, dovrebbe imporre la competenza e la disposizione alla solidarietà come
criteri ineludibili di carriera, e nuove regole che stronchino sul nascere, con la
massima durezza, ogni avanzamento di chi, anche senza commettere reati specifici,
abbia mostrato, da comportamenti oggettivamente rilevabili, di essere mosso
soltanto dall'avidità. Ricordiamo Piscicelli, l'imprenditore che esulta la notte del
terremoto a l'Aquila per gli affari che gli farà fare. È reato ridersela alle tre di notte, al
telefono con un socio d'affari, dei morti di un terremoto? No, non è un reato. Ma
dovrebbe bastare ad escludere per sempre il figuro da ogni affare in cui metta soldi
lo Stato.
Oppure ricordiamo D'Alema e Fassino che esultano, perché, grazie a Consorte,
“abbiamo una banca”. È reato esultare perché il proprio partito fa buoni affari
economici? No, non è reato. Ma comportamenti simili dovrebbero escludere da ogni
carica politica.
L'Italia ha disperato bisogno, per non sprofondare sempre più nella melma, di una
soluzione radicale: occorre cacciare via non soltanto tutti i politici visibilmente corrotti,
ma anche quelli che sono stati in partiti che non hanno individuato i corrotti prima dei
giudici e non li hanno espulsi, e che non hanno rinunciato al sostegno di sistemi
corruttivi. Si tratta, è evidente, di una rivoluzione, e certo una rivoluzione autentica
non può essere fatta per via giudiziaria, ma ha bisogno di una forza politica. Si tratta
di crearla.
Una nuova forza politica, capace di andare oltre l'orizzonte della destra e della
sinistra dovrebbe battersi per togliere al ceto politico, di destra e di sinistra, ogni
status differenziato da quello della popolazione comune che esso concordemente si
autoattribuisce. Non si tratta di una rivendicazione da perseguire per un suo
supposto valore generale. Se i politici del dopoguerra (De Gasperi, Togliatti, Nenni,
La Malfa, Almirante) avevano uno status differenziato, esso era loro in qualche
misura dovuto per le funzioni politiche che svolgevano. Ma oggi la politica non svolge
più alcuna funzione, se non quella di lasciar dettare dall'economia le sue leggi e di
non interferirvi se non come mediatrice d'affari, per lucrarne finanziamenti. I
politicanti di oggi non meritano quindi alcuno status differenziato. Quello che si danno
ha l'effetto di far loro subordinare ancora di più la politica agli affari, e ad allontanarli
ancora di più non si dice dal risolvere, ma anche soltanto dal pensare di dover
affrontare, i problemi della società.
Pensiamo al drammatico problema sociale della difficoltà, quasi proibitiva per i
giovani, di trovare un posto di lavoro sensato e sensatamente retribuito, anche
quando avrebbero il talento per svolgerlo. I politici non conoscono questo problema,
e non lo conoscono i loro figli, parenti, amici, i quali, anche quando sono
desolatamente privi di capacità e meriti, ottengono sempre ottimi e ottimamente
retribuiti posti di lavoro, preesistenti o appositamente inventati. Vogliamo un ceto
politico che possa assaggiare il sapore amaro della mancanza di un posto di lavoro,
e sia quindi motivato a visualizzare il problema nella società? Battiamoci per
diminuire i posti di lavoro a disposizione dei politici: per abolire, quindi, consigli ed
assessorati provinciali, del tutto inutili; per dimezzare il numero dei parlamentari, dei
ministri (che non dovrebbero essere più di dodici-quindici, più che sufficienti per ogni
compito possibile), dei consiglieri regionali e degli assessori regionali; per limitare per
legge il numero degli incarichi assegnabili da ministri, governatori regionali ed altre
figure politiche, e via dicendo. Il politico che non trova posto rimanga disoccupato e
senza trattamento pensionistico, e si arrangi come gli altri comuni mortali.
Pensiamo al drammatico problema della casa. Occorrerebbe un divieto esplicito, per
conflitto di interessi, di dare in affitto ai politici edifici di proprietà pubblica, ed
occorrerebbe un apposito, severo monitoraggio degli affitti privati, per evitare che
nascondano scambi di favori. Che anche il ceto politico abbia da pensare al
problema della casa.
Questo ed altri provvedimenti dovrebbero servire, più che a moralizzare un ceto
politico ormai irrecuperabile, in ragione del modo in cui è stato selezionato, a favorire
la sua cacciata e l'ascesa di politici nuovi, disposti da accettare nuove regole di
condotta per la loro funzione. Una nuova cerchia di politici, che sappia mettere al
passo un ceto capitalistico anch'esso corrotto, capace di far soldi solo sfruttando in
modo brutale il lavoro e usando quel denaro pubblico (ed altri tipi di favori) che non
vuole venga dato in servizi sociali.
Una nuova forza politica dovrebbe cercare spasmodicamente di aprire le menti degli
italiani su quali classi non dirigenti, ma “digerenti”, hanno sulle spalle nell'economia e
nella politica, e delle quali non sono per nulla migliori, se le accettano. C'è una
recente, splendida vignetta di Massimo Bucchi che dice a questo proposito la verità:
si vede una persona reclinata in atteggiamento disperato su una poltrona che dice:
“sono senza lavoro e con una classe dirigente da mantenere”.
La prima cosa che dovrebbe essere chiesta ai politici, e di cui essi mancano del tutto
a destra, al centro e a sinistra, suscitando ciò nonostante una indignazione molto
inferiore a quella che sarebbe naturale, è l'attenzione verso ogni grave fattore di
disagio a cui vengono richiamati dalle persone. Faccia il lettore un esperimento
mentale. Immagini che in una qualsiasi città (escludendo quindi i piccoli borghi,
perché lì il sindaco è talvolta vicino ai suoi compaesani, non in quanto politico, ma
appunto in quanto compaesano), un qualsiasi cittadino, senza usare alcuna violenza,
senza entrare in un gruppo di pressione, e senza usare forme drammatiche di
protesta, segnali un suo grave fattore di disagio: ad esempio è sotto sfratto e non ha
altra casa dove andare ad abitare, oppure ha un congiunto invalido che non è in
grado di assistere, oppure non gli arriva ai rubinetti che acqua inquinata, oppure non
può arrivare a casa senza passare per una strada deserta e non illuminata dove si
sono verificate aggressioni, oppure deve attraversare in bicicletta una rotonda dove
sono all'ordine del giorno investimenti da parte degli automobilisti, oppure abbia
qualche altro problema. Immagini il lettore che il cittadino faccia presente il suo
disagio a qualche autorità deputata ad interessarsi di cose di questo genere ed a
risolverle. Ripetiamo: senza usare una qualche forma di pressione, ma
semplicemente segnalando il proprio problema di cittadino. Si prosegua
nell'esperimento mentale: che cosa succederà? Niente. Nessuno presterà attenzione
al suo disagio, per non parlare di risolverlo. Ecco: questa disattenzione come regola
segnala che abbiamo a che fare non con politici, ma con miserabili politicanti, e con
autorità di nomina politica che non sono autorità, ma complici del degrado. Si tratta
di una forma estrema di inciviltà, che tuttavia non è propria del solo ceto dirigente
politico e dominante economico, ma di tutto un paese che non manda a casa i suoi
politici perché essi rispecchiano in larga misura, con il loro comportamento, i suoi
rapporti interni. Si pensi a quanta indifferenza verso il disagio ritroviamo
quotidianamente tra il personale degli ospedali e dietro gli sportelli di un ufficio. Ai
politici, se fossero tali, dovrebbe essere richiesto di inibire, anche con adeguate
forme di repressione, comportamenti incivili diffusi nel tessuto della vita quotidiana, e
con i quali ognuno lede i suoi vicini. Perché tollerare gli automobilisti che mettono i
pericolo l'incolumità di pedoni e ciclisti? Perché tollerare che strombazzino per farsi
largo nelle strade, che non dovrebbero essere loro, ma di chi vuol passeggiarvi?
Perché tollerare gli schiamazzi notturni? Perché tollerare l'insudiciamento delle
strade? Perché tollerare le musiche a tutto volume nella notte? Perché tollerare che i
gas di scarico dei motori avvelenino l'aria delle città? Il fatto che vi siano norme in
proposito non vuol dire nulla, perché una forma di inciviltà dall'Italia è quella di
abbinare norme complicate alla mancanza di qualsiasi intervento che le faccia
rispettare. I politici di destra, di centro e di sinistra non si preoccupano di inibire i
comportamenti incivili perché, essendo loro stessi incivili, non si lasciano coinvolgere
da simili problemi, e perché possono utilmente (dal loro infame punto di vista)
deviare il disagio su capri espiatori la cui persecuzione è portatrice di consenso
elettorale. Così il degrado urbano viene attribuito agli extracomunitari, o alla vendita
di merci contraffatte, o ai turisti che girano d'estate e torso nudo, o a chi sosta a
rinfrescarsi sulle scalinate dei monumenti, e simili piacevolezze, mentre le città
affogano nello smog, nel rumore, negli ingorghi delle automobili, nella sporcizia. Ma,
al solito, i politici sono così degradati perché la popolazione stessa è degradata.
Compito di una nuova forza politica è anche, e fondamentalmente, quello di
risvegliare l'esigenza di una rinascita di civiltà dei rapporti umani. È un compito di
destra, di centro o di sinistra? È un compito nuovo, perché sono state la destra, il
centro e la sinistra del nostro spettro politico che ci hanno spinto all'attuale inciviltà.
Conclusioni
Questa capitolo potrebbe ovviamente continuare ancora a lungo affrontando i tanti
problemi che oggi si pongono a chi abbia a cuore gli ideali di emancipazione e
giustizia sociale che furono della sinistra. Non era però nostra intenzione scrivere un
programma di partito, ma solo indicare il tipo di impostazione mentale con la quale
una forza politica di alternativa dovrebbe affrontare la realtà contemporanea. La
creazione di una forza politica che, a partire dall’esaurimento storico delle categorie
di destra e sinistra, imposti, secondo le linee indicate, la lotta contro la crisi di civiltà
alla quale l’attuale sistema economico e sociale ci sta portando, è oggi il compito
fondamentale per gli uomini e le donne “di buona volontà”.
Capitolo 3.La decrescita non è l’impoverimento.
Dopo aver spiegato perché riteniamo non più attuale le coppia concettuale
sinistra/destra, e quale potrebbe e dovrebbe essere l'impostazione generale di una
forza politica capace di opporsi al degrado in cui sta precipitando il nostro paese,
riprendiamo in esame la nozione a nostro avviso fondamentale per impostare una
lotta culturale e politica di difesa dei valori di civiltà minacciati dall'odierno capitalismo
distruttivo, cioè la nozione di decrescita.
L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico
capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire
con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il
punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza,
annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene
economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i
prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci
sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita,
ed acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due
concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia
quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore
di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della
circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un
prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa
sfera.
La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà
alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella
crescita il dogma che non può essere messo in discussione. Vi è ormai una presa di
coscienza sempre più diffusa del fatto che non vi può essere una crescita illimitata in
un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i
“limiti della crescita”. Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello
di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con
la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione
della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del
mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura,
distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli
individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un
passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere
considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento:
essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle
merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di
principio, la diminuzione di beni e servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto
un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo,
incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con
scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate
per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso.
Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle
popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico
ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno
considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la
diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per
rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni
umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non
mercantili di beni e servizi.
Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento,
occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso
comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un
livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo
conterrà sempre il richiamo al fatto che “al mondo ci sono x milioni di persone che
vivono con meno di due dollari al giorno”, dove appunto si intende che “povertà” sia
definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si
tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi,
sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere
secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito
monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a
seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, vi possono essere, come in certe
epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la
povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l'espressione di un
fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da
comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso
della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita,
pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella
fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e
confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati
dai grandi proprietari terrieri (le famose enclosures sulle quali ha tanto insistito Marx).
E’ chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una
situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità
di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso
senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità
non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si
trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi
avevo diritto ad una casa, al cibo, spesso agli abiti, e ad uno scarso reddito
monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava
certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di
miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno
leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il
pagamento di un affitto34.
Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla
povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è
che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere,
oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali.
Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e
altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con
meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal
punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone
vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni
fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in
una situazione di disperazione.
Il punto è che ciò che comunemente si chiama “sviluppo dei paesi poveri” consiste
essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a
34 A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia,
che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti
umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile
con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.
economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che
l’effetto di questo sviluppo sia contraddittorio: da una parte l'arricchimento di una
parte della popolazione, dall'altro la creazione di povertà autentica, disperata,
invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano
sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo
abituati)35. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta ad una tesi che
ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la
quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è
improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva, in
modi diversi, sia nei paesi sviluppati sia nei paesi sottosviluppati, e la decrescita è
una strategia che è possibile proporre, in forme adattate alle diverse situazioni,
all’intera umanità36.
Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la
povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in
riferimento allo status medio della società nella quale si vive ed alle merci che essa
considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti,
l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di
acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro
scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché
tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di
esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla
crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti
possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi
acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono
disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile,
oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della
vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo
aggiornamento.
L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di
povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e
socialmente determinati della povertà stessa.
Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La
35 Ovviamente la dinamica reale dello “sviluppo” nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse
situazioni. Vi possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente
potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di
“povertà”.
36 Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente
diffuse nei paesi “poveri”, debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un
autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale
tipico del capitalismo.
recessione è la diminuzione del PIL in un quadro immutato di mercificazione
dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa
allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno
dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il
vestiario per seguire la moda, e così via), ma non ha più il reddito monetario per
soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.
La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo.
Decrescita significa che il PIL diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni
che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati,
oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che
andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono
presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello,
non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per
questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita
sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a
cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La
scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta
raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come
succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si
ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane
ricche e rapporti di comunità significativi.
La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che
la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene
necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un
progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in
modo automatico.
Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti
un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.
Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni
aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo
necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la
decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione
anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente
chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita
stessa.
La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima
analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che
all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che
produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare
inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro
immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di
umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta
contro questo immaginario.
Capitolo 4. Una politica economica per la decrescita.
La principale questione che si pone a chi voglia dare spessore concreto al pensiero
della decrescita è quella della transizione dalla attuale società della crescita ad una
società, appunto, della decrescita. Per prima cosa occorre precisare che ragionando
su società della crescita e società della decrescita, si stabilisce una comparazione
(che certo è necessaria) tra termini eterogenei. Società della decrescita significa
società svincolata dall'obbligo della crescita del prodotto interno lordo, cioè della
produzione rivolta al mercato, che è tipico del capitalismo. Ma poiché tutte le società
precapitalistiche sono state immuni da questo obbligo alla crescita (il che non
significa, ovviamente, che non siano cresciute, in un senso o nell'altro, per periodi più
o meno lunghi, come, ad esempio, nei secoli XI, XII e XIII dell'Occidente feudale),
l'espressione “società della decrescita” non indica una configurazione definita di
rapporti sociali di produzione, cioè (usando il linguaggio marxiano molto appropriato
in questo contesto) non indica una formazione sociale specifica. I fautori della
decrescita non possono, allora, avere un modello determinato di società, nel senso di
cui si è detto, al quale fare riferimento. La tipica domanda che viene posta a
chiunque si opponga all'attuale capitalismo assoluto (dal punto di vista della
decrescita, o da altri punti di vista) è sempre: ma voi cosa proponete? Chi sostiene la
decrescita non ha risposta per questo tipo di domanda, se la risposta richiesta è
l'indicazione di un modello determinato e preciso di organizzazione sociale. La
decrescita, in riferimento ad una configurazione di rapporti sociali di produzione, può
essere definita soltanto in quella maniera logica che le filosofie di Kant e di Hegel
hanno chiamato negazione indeterminata. Per capirci con una semplificazione, si
tratta della stessa situazione logica che si ottiene negando un qualsiasi termine che
indichi un oggetto empirico: così, ad esempio, se l'espressione “leone” indica una
specie animale ben determinata, l'espressione “non leone” non indica alcun animale
determinato. La decrescita è “non capitalismo”, ma appunto nel senso in cui cavalli,
cani, gatti e così via sono “non leoni”. Il pensiero della decrescita non può che
nascere dalla negazione della teleologia capitalistica. La società capitalistica, infatti,
è una “società della crescita” in un senso davvero unico nella storia. Non si tratta
infatti di una società nella quale si ha, ogni tanto o anche molto spesso, un periodo di
crescita, ma piuttosto di una società obbligata alla crescita, una società nella quale i
fondamentali meccanismi economici reggono solo se si ha crescita. Ciò dà al
pensiero della decrescita una grandissima forza razionale e storica, e gli pone, nello
stesso tempo, una formidabile difficoltà di attuazione. La forza del pensiero della
decrescita nasce dal fatto che la crescita capitalistica è giunta ad un punto in cui è
incompatibile con il mantenimento di un ambiente di vita favorevole alla specie
umana e con gli equilibri che garantiscono la coesione sociale delle collettività
umane. La difficoltà è che la crescita capitalistica ha comportato l’estensione sempre
maggiore degli ambiti sociali soggetti alla legge della valorizzazione del capitale. Per
valorizzare il capitale e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto gli
agenti capitalistici devono rimodellare sempre nuovi ambiti sociali sullo stampo del
rapporto sociale capitalistico, per cui prima tutti gli ambiti della produzione, e poi
anche ambiti sociali come quello dell’educazione, della scienza o dell’assistenza
vengono mercificati e ricondotti alla logica aziendale di investimenti profittevoli.
Poiché questo processo va avanti da più di duecento anni, la società in cui viviamo è
una società nella quale il rapporto sociale capitalistico ha invaso l’intero ambito
sociale e modella l’intero vivere collettivo. Ma incidere sul meccanismo della crescita
significa destrutturare gli ambiti sociali che su di esso si reggono: e poiché, appunto,
esso ormai pervade l’intera società, significa destrutturare l’intera società. Un
pensiero della decrescita che voglia essere storicamente serio, deve quindi essere
incluso nel progetto di una forza squisitamente politica, ed ha bisogno di pensare, tra
i suoi fini, anche quello di rimodellare alcuni aspetti dello Stato che consentano di
fronteggiare le ricadute negative, in alcuni casi devastanti, di questa destrutturazione.
Proviamo allora a delineare alcune delle difficoltà che incontrerà la transizione ad
una società della decrescita, e alcune idee per fronteggiarle.
Per questo è necessaria ancora una premessa. La transizione non può che partire
dalla società che ci è storicamente presente, quella, cioè, della crescita. Non si può,
quindi, pensare di attivare il circolo virtuoso della decrescita facendo
immediatamente leva sui benefici che essa apporta, perché tali benefici possono
prodursi solo in assenza di potenti meccanismi sociali avversi, quali sono quelli
operanti nella società presente.
Quali saranno dunque le difficoltà contro le quali si scontrerà un percorso di
transizione alla decrescita, ammettendo che emerga una volontà di avviarlo come
volontà politica, e non come illusione di una diffusione spontanea di nuove tecniche e
nuovi comportamenti?
La difficoltà principale non sarà la penuria di beni necessari. Nella nostra società
consumista e sprecona esistono molti tipi di produzione che possono essere ridotti,
avviando un processo di decrescita, senza toccare la produzione dei beni
fondamentali. Le armi sono l’esempio più ovvio ma ce ne sono altri. Una produzione
alimentare indirizzata al consumo di cibi locali e stagionali farebbe di molto diminuire
le necessità di trasporto e di impacchettamento dei cibi, e tutta una serie di attività
economiche legate a queste sfere potrebbero decrescere senza nessuna incidenza
sull’offerta di cibo. Ugualmente una manutenzione degli edifici esistenti, finalizzata al
loro riuso, farebbe decrescere la produzione edilizia senza creare alcuna penuria di
case abitabili, ed anzi aumentandone la quantità disponibile.
La difficoltà economica principale nell’avviare un processo di decrescita non sarà
quindi legata alla penuria di beni: sarà invece legata all’occupazione. All’interno di
una società regolata dal meccanismo della valorizzazione del capitale, infatti, la
decrescita in linea di principio ha, rispetto all’occupazione, gli stessi effetti di una
recessione. Quest’ultima affermazione è una conseguenza del tutto logica, e anche
banale, dei meccanismi della nostra società della crescita, e della definizione stessa
di decrescita. Vale però la pena di soffermarsi su di essa e di argomentarla, perché
essa è in parte oscurata, proprio negli ambienti intellettuali più vicini al pensiero della
decrescita, dall’idea che il problema occupazionale del quale stiamo parlando possa
essere risolto grazie allo sviluppo di una produzione nata dalla domanda di beni
orientati alla salvaguardia dell’ambiente, al risparmio energetico e in generale alla
conversione in senso ecologico dell’intera società. Ad esempio, la riconversione del
patrimonio abitativo secondo criteri di risparmio energetico creerebbe ovviamente
numerosi posti di lavoro. Si tende a pensare che la disoccupazione creata dalle
iniziative di decrescita possa essere riassorbita dai nuovi posti di lavoro creati della
riconversione ecologica dell’economia e della società.
In realtà un riassorbimento della disoccupazione creata dal superamento
dell'economia della crescita può avvenire soltanto attraverso un potenziamento del
ruolo e dell'intervento dello Stato nella sfera economica. Questa impostazione
confligge con l'idea, molto diffusa tra i sostenitori della decrescita, che la decrescita
stessa consista in una riduzione congiunta del ruolo dello Stato e del mercato.
Dobbiamo quindi approfondire l’analisi di questa impostazione, e lo faremo più
avanti. Vediamo intanto di argomentare il fatto che, se lasciamo fare ai meccanismi
del mercato, la decrescita produce disoccupazione. Ammettiamo che la decrescita
faccia sparire un certo numero di imprese che, vendendo annualmente beni o servizi
per un importo pari a 100 unità monetarie, impiegano 10 unità di lavoro37. Abbiamo
allora un problema di disoccupazione, e speriamo di riassorbirlo grazie a nuove
imprese che producano beni e servizi compatibili con un processo di conversione
ecologica della società. Ma quale sarà il volume delle vendite di queste nuove
imprese? Se vogliamo che le nuove imprese “ecologiche” impieghino le 10 unità di
lavoro, a parità di altre condizioni, anche esse dovranno vendere beni e servizi per
100 unità monetarie. Se ci riescono, abbiamo forse risolto i nostri problemi? No,
perché in tal caso abbiamo salvato l’occupazione, abbiamo avviato una conversione
ecologica, e questo va benissimo: ma non c’è stata nessuna decrescita. Tanto era il
PIL prima, tanto è adesso. Se vogliamo decrescita, bisogna immaginare che il
volume delle vendite delle nuove imprese sia minore di 100, diciamo 50: ma in tal
caso le nuove imprese potranno occupare solo 5 unità di lavoro, e avremo quindi una
disoccupazione non riassorbita pari alle restanti 5 unità di lavoro38.
In definitiva, se si esclude un intervento statale e si lascia fare alle leggi del mercato,
la conclusione è univoca: se c’è decrescita c’è disoccupazione, e se c’è una
riconversione ecologica che salvi l’occupazione all'interno dei meccanismo del
mercato vuol dire che non c’è decrescita.
Per capire come si possa risolvere questo problema, occorre riprendere l’elemento di
verità che è presente nella tesi che abbiamo testé criticato, quella cioè secondo cui è
sufficiente il passaggio ad una produzione riconvertita in senso ecologico. L’elemento
di verità è che esistono grandi esigenze sociali per soddisfare le quali è necessario il
lavoro di tutti i disoccupati che l’inizio di decrescita potrebbe creare. L’elenco di simili
esigenze sociali, in un paese come l’Italia, è lunghissimo: c’è bisogno di un grande
lavoro di manutenzione di infrastrutture fondamentali come le ferrovie, c’è bisogno di
riqualificare il patrimonio edilizio, in particolare rendendolo più adeguato in termini di
risparmio energetico, c’è bisogno di un riassesto del territorio da un punto di vista
idrogeologico, c’è bisogno di bonificare le aree inquinate dagli scarichi illegali di rifiuti,
c’è bisogno di cambiare radicalmente il ciclo dei rifiuti in modo da eliminare alla
radice il problema stesso. E si potrebbe continuare a lungo. Lavoro ce n’è dunque
moltissimo, per soddisfare una serie di bisogni sociali fondamentali. Ma, una volta
avviata una politica di decrescita il mercato non può offrire il salario per pagare questi
37 Le unità di misura ovviamente non contano in questo che è un semplice esempio
immaginario: 100 unità monetarie possono essere 100 mila o cento milioni di euro, 10 unità di
lavoro possono essere 10 o 10 mila lavoratori.
38 Tutto questo, come si è detto, vale a parità di altre condizioni, in particolare nell’ipotesi che
i due gruppi di imprese presentino la stessa intensità di lavoro. Questa ipotesi può essere
falsa in casi specifici, ma a noi interessano gli effetti macroeconomici, quindi il dato
aggregato, e a questo livello ci sembra non ci siano ragioni per pensare che le imprese
“ecologiche” presentino una diversa intensità di lavoro rispetto alle altre.
lavoratori, come accennato sopra. D’altra parte, non possiamo nemmeno fare
affidamento sui meccanismi che sarebbero tipici di una società della decrescita,
dicendo per esempio che i lavoratori potrebbero accontentarsi di lavori a tempo e
salario parziali procurandosi una parte dei beni col loro salario e un’altra parte tramite
una rete di scambi non mercantili. Non possiamo dare questa risposta perché essa
presuppone che sia già instaurata una società della decrescita, e questo è appunto
ciò che non può essere presupposto nella fase della transizione. Per capirci, se
domani un gruppo di operai viene licenziato perché si chiudono le fabbriche di armi,
o se ne riduce grandemente la produzione, è chiaro che la risposta al loro dramma
non può essere quella di farsi l’orto per scambiarne i prodotti con altri, o cose del
genere: perché questa risposta avrebbe un senso all’interno di una società della
decrescita già avviata, ma domani non c’è ancora una società della decrescita, c’è
ancora la società della crescita, e dentro la società delle crescita non esistono
ancora i circuiti di scambi non mercantili che renderebbero sensata la risposta sopra
accennata.
E’ allora evidente che, se non si può fare affidamento sul mercato, che anzi in
presenza di decrescita genera disoccupazione, né sui circuiti della decrescita, che
non si sono ancora dispiegati, c’è un unico modo nel quale si può riassorbire la
disoccupazione creata dalle prime misure “decresciste” di politica economica del
periodo della transizione: l’intervento dello Stato.
L’intervento dello Stato è necessario per due motivi: in primo luogo, il passaggio di
grandi gruppi di lavoratori da un tipo di lavoro ad un altro ha ovviamente bisogno di
misure giuridiche e amministrative e di strumenti organizzativi che solo lo Stato può
fornire, nelle condizioni date. In secondo luogo, e questo è il punto più importante, se
il mercato non fornisce un salario a questi lavoratori, esso dovrà essere fornito dallo
Stato. In sostanza, la disoccupazione creata dalle prime misure “decresciste” dovrà
essere riassorbita tramite assunzioni statali dei lavoratori disoccupati. Lo Stato deve
provvedere ad organizzare i nuovi lavori in risposta ai bisogni sociali sopra accennati,
e deve inoltre provvedere agli stipendi dei nuovi lavoratori.
Si pone allora, ovviamente, il problema di reperire le risorse necessarie per
finanziare la nuova occupazione creata dallo Stato. Nel discutere di questo problema
porteremo argomenti sotto qualche aspetto simili ad alcuni di quelli che vengono
proposti all'interno di un'economia dello sviluppo, in particolare in relazione alla crisi
economica attuale. La cosa non deve sorprendere, perché il problema
dell'occupazione, nella fase iniziale che è quella della quale stiamo parlando, si pone
in relazione a quello dello sviluppo, e perché recessione e decrescita hanno alcuni
(ma solo alcuni!) aspetti in comune, specie se vengono prese in considerazioni
nell’ottica del senso comune, dominato dall’immaginario della crescita. E’ quindi
inevitabile che certe misure secondo noi necessarie per combattere gli elementi
negativi insorgenti nella transizione ad una società della decrescita possano
assomigliare a misure proposte per combattere l’attuale crisi economica.
La prima risposta al nostro problema attuale (dove trova lo Stato le risorse per
assumere i disoccupati?) è naturalmente quella dello stampare denaro. Oggi l’Italia
non lo può fare, perché il nostro paese ha ceduto la propria sovranità monetaria alla
BCE, ma si potrebbe appunto pensare che una precondizione politica per la
transizione alla decrescita sia il recupero della sovranità monetaria e l’uscita
dell’Italia dalla zona euro, e forse dall’Unione Europea. Purtroppo questo non
sarebbe sufficiente39. Se anche l’Italia recuperasse la sovranità monetaria, lo
stampare denaro per pagare i salari di nuove, massicce assunzioni statali dei
disoccupati farebbe correre un serio rischio di inflazione. Il nesso tra l'aumento della
carta-moneta circolante e lo sviluppo dell'inflazione non è certo automatico. Il
dibattito su questi temi fra gli economisti è molto ampio, a partire dalle tesi di Keynes,
e non possiamo ripercorrelo qui. Ci sembra tuttavia ragionevole l'ipotesi che nelle
circostanze dell'Italia attuale, e nel contesto dell'attuale situazione economica
globale, una immissione di liquidità nell'economia italiana, nelle dimensioni
necessarie a sostenere le misure di lotta alla disoccupazione sopra indicate,
genererebbe una forte inflazione. L'inflazione monetaria non è necessariamente un
fenomeno negativo per l'economia reale, che può, in certi casi e in una certa misura,
tollerarla, e dalla quale può essere stimolata ad aumentare l'occupazione.
Nell'attuale sistema dei cambi, però, l'inflazione genera la svalutazione della moneta
del paese in cui si sviluppa. Ciò significherebbe, per l'Italia, dover pagare a prezzi
molto più cari i beni di importazione. Anche qui, in una situazione di decrescita già
avanzata, il problema non sarebbe grave, perché una società della decrescita riduce
grandemente gli scambi commerciali con l’estero. Ma all’inizio della transizione, in
una situazione nella quale l’Italia dipende fortemente dalle importazioni di energia
(per fare solo un esempio), lo scatenamento ddi una forte inflazione avrebbe come
effetto indiretto un aumento paralizzante dei costi di attività economiche ancora
necessarie. Lo stampare denaro non è quindi la soluzione del problema. Nemmeno
lo è il ricorso al debito di Stato: in generale esso è uno strumento da utilizzare con
cautela per i suoi rischi di automoltiplicazione (che si ha quando i debiti pregressi
possono essere pagati soltanto con nuovi debiti, il cui costo è maggiore, sia perché vi
39Pur non essendo sufficiente, l'uscita dall''euro è però condizione necessaria per avviare
politiche di decrescita. Su questo tema ritorniamo nel capitolo successivo. Si veda anche
M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell'euro, Asterios 2012. (MB)
si devono aggiungere gli interessi da pagare, sia perché le aliquote di tali interessi
crescono al crescere del debito), e nella situazione attuale delle finanze pubbliche
italiane è ovviamente impossibile pensare ad un ricorso massiccio ad esso.
Le risorse aggiuntive potrebbero allora essere trovate attraverso il prelievo fiscale? Vi
è qui un problema evidente: la decrescita è decrescita del PIL, e ciò che il fisco
preleva è sempre una quota del PIL, per cui se diminuisce questo diminuisce anche
quello, a parità di altre condizioni. Un aumento del prelievo fiscale a PIL decrescente
è possibile solo in due modi: o con l’aumento delle aliquote esistenti, o con uno
spostamento del carico fiscale.
Le aliquote dell'imposta sul reddito attualmente vigenti, dopo le controriforme di Prodi
e di Berlusconi, hanno fortemenente indebolito il principio di progressivitià
dell'imposizione fiscale. Un aumento delle aliquote sui redditi più elevati, che le
riportasse ai livelli vigenti nell'Italia democristiana, sarebbe doveroso per ragioni di
giustizia, e per rispettare la norma costituzionale che esige la progressività delle
imposte, ma non sarebbe risolutivo. Negli ultimi trent'anni sono, infatti,
continuamente aumentate le ricchezze delle classi sociali più elevate, con la
creazione di enormi patrimoni nati spesso dalla speculazione finanziaria. Ciò che
occorre è quindi estendere il prelievo fiscale a questi patrimoni, perché soltanto in
questo modo si può ripristinare una situazione di giustizia, ribaltando la
redistribuzione dei redditi a favore dei ceti superiori avvenuta negli ultimi trent'anni, e
si possono ricavare le risorse necessarie per finanziare la nuova occupazione. Un
tale spostamento del carico fiscale sulle classi più elevate esige due cambiamenti del
sistema del prelievo tributario: il passaggio dalle imposte dirette a quelle indirette e il
passaggio dalle imposte sul reddito a quelle sul patrimonio. Entrambe queste
proposte devono essere spiegate, in particolare la prima. In effetti, storicamente il
passaggio dalle imposte indirette a quelle dirette (cioè il passaggio inverso a quello
che noi proponiamo) ha avuto un indubbio effetto positivo, perché ha permesso in
sostanza la progressività dell’imposizione fiscale. Il fatto di tornare all’imposta
indiretta può sembrare un regresso, e occorre quindi precisare il senso di quanto
diciamo. Non stiamo naturalmente proponendo di tornare alle imposte sui generi di
largo consumo e di prima necessità. Ci stiamo riferendo a imposte che colpiscano
merci la cui produzione è da scoraggiare, nell’ottica di una società della decrescita.
Così, dovrebbero essere pesantemente tassate tutte le merci di lusso e tutte quelle
merci la cui compravendita è finalizzata a operazioni speculative sui mercati
finanziari. Infine, dovrebbe essere pesantemente tassata la pubblicità. Questo tipo di
tassazione avrebbe naturalmente l’effetto di ridurre la produzione dei beni tassati, ma
questo sarebbe un effetto collaterale altamente positivo. Ciò che differenzia una
politica economica per la decrescita da una lotta alla recessione è, fra l’altro, proprio
il fatto che certe produzioni devono venire scoraggiate e tendenzialmente
abbandonate. Questo ovviamente implica che le entrate di queste imposte sono
destinate a ridursi. Si tratta di entrate che devono essere utilizzate soprattutto per
finanziare grandi progetti di trasformazione dell’economia in senso decrescista.
La tassazione delle transazioni finanziarie risponde a un criterio elementare di
giustizia, ma ha un senso soltanto all'interno di una società della crescita, nella quale
il capitale che non trova sbocchi produttivi sufficienti alla sua valorizzazione si sposta
sempre più sulla speculazione finanziaria. Ciò risulta chiarissimo dagli studi compiuti
del secolo scorso da un grande economista tenuto ai margini del mainstream
accademico, Hyman Minsky. Egli ha mostrato come lo sviluppo di una sempre più
ampia, articolata e complessa strumentazione finanziaria, da un lato sia non un
semplice artificio, ma una necessità dello sviluppo capitalistico, e, come, però,
dall'altro lato, sia l'elemento generativo delle sue crisi sempre più devastanti40. Sulla
base di questa analisi si può capire come, nella prospettiva di un'economia della
decrescita, non possa essere accettato lo sviluppo di una finanza sovrapposta
all'economia reale, ancorché utilmente tassata, e come, d'altra parte, la scomparsa di
tale finanza faccia precipitare la crisi dell'economia della crescita, e costituisca,
quindi, un elemento decisivo per l'avvio della decrescita. Si tratta, in sostanza, di
proibire legislativamente tutto il sistema degli strumenti finanziari derivati e delle
operazioni ad alta leva finanziaria. Basterebbe, per una tale proibizione, ritornare alle
legislazioni bancarie e finanziarie esistenti fino alle soglie degli anni Novanta, da cui il
cosiddetto sistema bancario ombra è stato esentato con una serie di disposizioni
specifiche (negli Stati Uniti, soprattutto ad opera dell'amministrazione Clinton).
Occorre, poi, come si è detto, un passaggio dalle imposte sul reddito a quelle sul
patrimonio.
Le imposte sul reddito non sono lo strumento più adatto per trarre risorse dalle classi
ricche, perché ormai esistono molti modi per eluderle col rendere difficile
l’accertamento del reddito. E’ vero che esistono pure molti modi per occultare i
patrimoni, ma una tassa sul patrimonio presenta i seguenti vantaggi: in primo luogo,
spesso il patrimonio ha una natura fisica (ville, yacht) che lo rende più difficile da
occultare. In secondo luogo, se anche un patrimonio mobile può essere occultato, è
comunque più difficile occultare un grosso patrimonio rispetto a un reddito; infine,
una volta individuato un grosso patrimonio, esso non può più sparire da un anno
all’altro e ad esso si può quindi ritornare negli anni successivi, mentre un reddito, per
40Si veda per esempio H.P.Minsky, Keynes e l'instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri
2009 (ed. or. 1975).
esempio di un libero professionista o di un imprenditore, può variare grandemente da
un anno all’altro.
Un’imposta sul patrimonio, per avere effetti redistributivi, deve essere globale (cioè
riguardare tutto il patrimonio) e ordinaria (cioè permanente). Date queste
caratteristiche, l’aliquota può e deve essere molto bassa (non maggiore dell’1 per
cento). Sarà soprattutto questa tassa patrimoniale a finanziare i salari dei nuovi
assunti dallo Stato, combattendo così la disoccupazione indotta dalla decrescita.
Un’ultima fonte di entrate per lo Stato, da indirizzare alle nuove assunzioni, potrà
infine venire dalla diminuzione di numerosi capitoli di spesa: le spese militari (in
particolare quelle per le missioni militari all’estero), i costi della casta politica, che
devono diminuire tagliando il numero di membri della casta e diminuendone
grandemente gli emolumenti, e soprattutto i costi della corruzione in cui sono
coinvolti politici e imprenditori.
Passiamo adesso all’ultima questione che affrontiamo in questo capitolo. Quale tipo
di occupazione dovrebbe essere organizzata dallo Stato con le risorse recuperate nei
modi sopra descritti? Qui si vede come la transizione alla decrescita si differenzi dal
contrasto alla recessione tipico delle politiche economiche indirizzate allo sviluppo.
Infatti, da un punto di vista di lotta alla recessione, se si sceglie di adottare una
politica “keynesiana” di sostegno statale all’occupazione, non ha moltissima
importanza quale sia l’occupazione che viene finanziata. Dal punto di vista della
decrescita la cosa invece è molto importante. E’ chiaro che bisognerà finanziarie
quelle forme di occupazione che servono a indirizzare la società nella direzione della
decrescita. Per far questo, però, dobbiamo avere un’idea delle trasformazioni
economiche attraverso le quali soltanto può dispiegarsi una società della decrescita.
E’ nostra opinione che una società della decrescita possa sorgere a partire
dall’attuale società della crescita grazie alla creazione di una estesa rete di servizi
sociali pubblici e gratuiti, che sarebbe all’inizio finanziata dallo Stato, nei modi sopra
indicati. Il punto fondamentale sta nel fatto che tali servizi sociali diventerebbero
parte del reddito reale dei cittadini, e questo permetterebbe di mantenere
relativamente basso il loro reddito monetario. Così, se ciascuno avesse a
disposizione, offerti gratuitamente dallo Stato, servizi come trasporti, assistenza
sanitaria, luoghi di ricreazione e svago come palestre e parchi, e così via, non
avrebbe bisogno di incrementare il proprio reddito monetario per pagarsi quei servizi.
E poiché una parte notevole della popolazione sarebbe coinvolta nella produzione di
questi servizi, un tale sistema di “Welfare State decrescista” potrebbe venire sempre
più attivato da uno scambio non mercantile di servizi, appunto secondo le idee
fondamentali della decrescita. Diventando così un elemento di una organizzazione
sociale fondata sulla decrescita, questa rete di servizi sociali si inscriverebbe
all’interno di una rete più vasta di scambi non mercantili, riducendo quindi
progressivamente le necessità del finanziamento.
I lavori pagati dallo Stato, all’inizio del periodo di transizione, dovrebbero indirizzare
la società in questa direzione. Così una grande opera di manutenzione e
rafforzamento della rete ferroviaria (che andrebbe naturalmente rinazionalizzata)
dovrebbe favorire il passaggio dal trasporto privato al trasporto pubblico, mentre una
grande lavoro di riadattamento del patrimonio edilizio, assieme al suo miglioramento
in termini di consumi energetici, permetterebbe di offrire a tutti i cittadini case ad
elevato risparmio energetico senza ulteriori consumi di territorio. La produzione
automobilistica, per fare un altro esempio, dovrebbe essere riconvertita alla
produzione di mezzi per il trasporto pubblico, che sarebbero poi venduti alle
amministrazioni locali: in questo modo non si ha in senso proprio decrescita (si tratta
pur sempre della produzione e della vendita di una merce, l’autobus invece dell’auto,
e di lavoratori che vengono pagati con un salario monetario), ma si creano le
condizioni per una politica di decrescita come offerta di trasporto pubblico gratuito in
sostituzione del trasporto privato.
Le linee generali che abbiamo fin qui tracciato indicano sono, naturalmente, solo idee
generali, che avrebbero bisogno di essere discusse e articolate. Si potrebbe partire
da qui per impostare il confronto, che noi giudichiamo necessario, fra i teorici della
decrescita e gli economisti critici dell’ortodossia neoliberista.
Capitolo 5. La decrescita e la crisi economica
Ogni ipotesi di cambiamento politico ed economico che voglia agire all'interno delle
società occidentali deve confrontarsi con la realtà della crisi economica iniziata nel
2007, che riteniamo destinata ad approfondirsi e ad aggravarsi. Per chi come noi
sostiene che la decrescita sia l'unica prospettiva reale di fuoriuscita da un
capitalismo ormai entrato in una fase di “compiuta distruttività”, la questione
fondamentale si può enunciare nel modo seguente: tale crisi rappresenta in sostanza
“la fine della crescita”, oppure possiamo pensare che l'attuale organizzazione
economica e sociale possa superare la crisi e far ripartire il meccanismo della
crescita?
E' chiaro che la risposta che si dà a questa domanda condiziona il tipo di azione
politica nei prossimi decenni: se si ritiene che la crescita possa ripartire, allora la
contraddizione principale, contro la quale possiamo ritenere che il sistema si
scontrerà, è quella ecologica, perché cresceranno anche frequenza, distruttività e
costi dei disastri ambientali. Se invece si ritiene che la crescita non possa più
ripartire, allora ci si deve aspettare che ancora più drammatica della crisi ecologica,
sempre presente e pressante, sia la crisi sociale, che si aggraverà sempre di più.
Disoccupazione, perdita di ogni residuo diritto del lavoro, fine totale di ogni intervento
pubblico a favore dei ceti subalterni, impoverimento progressivo delle fasce basse e
medie della popolazione: queste sono le prospettive. Come dice bene Serge
Latouche, non c'è niente di peggio di una società della crescita senza crescita.
Si tratta di questioni che coinvolgono molte variabili, ed è quindi difficili fare previsioni
con qualche fondamento. In questo articolo cerchiamo di elencare gli argomenti che
depongono a favore della tesi che la realtà contemporanea sia quella di una “crisi
della crescita”, probabilmente destinata a durare oltre il breve periodo. E' importante
sottolineare che le tesi fondamentali di questo libro (cioè in sostanza la proposta
della decrescita) non dipendono dalla previsione di una “crisi della crescita”: se
anche tale previsione dovesse rilevarsi infondata, la proposta della decrescita
conserverebbe la sua validità. Sarebbe diversa la situazione economica, sociale e
politica rispetto alla quale articolare tale proposta.
Prima di spiegare perché di elencare le difficoltà di una prospettiva di crescita,
bisogna precisare cosa intendiamo dicendo questo. Non possiamo certo prevedere
tutti gli scenari possibili per la situazione economica e politica del mondo nei prossimi
decenni. Non possiamo quindi escludere che si possano evolvere situazioni, oggi
imprevedibili, all'interno delle quali possa ripartire la crescita economica capitalistica.
Quello che vogliamo dire è che essa ci appare molto difficile a partire della situazione
attuale e dai suoi prevedibili esiti nel breve e medio periodo. Alla metà del
Novecento, per superare la crisi degli anni Trenta e far ripartire il meccanismo della
crescita è stata necessaria una grande tragedia come la Seconda Guerra Mondiale,
oltre a una profonda ristrutturazione economica e politica delle società occidentali.
Ciò che vogliamo dire è in sostanza questo: se mai ripartirà il meccanismo della
crescita, ciò avverrà in situazioni sociali e politiche del tutto diverse dalle attuali, per
arrivare alle quali l'umanità passerà attraverso una profonda e drammatica crisi di
civiltà41.
41 Una tale crisi potrebbe manifestarsi come guerra mondiale (una guerra mondiale che
distruggesse buona parte sia dell'umanità sia delle infrastrutture aprirebbe sicuramente nuovi
spazi alla crescita economica!), oppure in altri modi più difficili da prevedere. Questo fatto
sembra stia penetrando, più o meno inconsciamente, nell'ideologia diffusa dai media.
Appaiono infatti di tanto in tanto articoli e interventi che sostengono il carattere positivo, o non
del tutto negativo, di catastrofi naturali e guerre, proprio in quanto elementi che favoriscono la
crescita economica. Angelo Panebianco (I nemici della crescita, «Corriere della Sera», 27
gennaio 2011) cita con favore un economista che argomenta come le distruzioni della
Seconda Guerra Mondiale siano state positive per favorire la crescita di Germania, Italia e
All'interno di questa ipotesi sugli sviluppi futuri, è chiaro che la prospettiva della
decrescita, cioè di un abbandono controllato e razionale dell'utopia della crescita
infinita, è l'unica strada per evitare i drammi storici che si stanno preparando.
Come abbiamo detto sopra, nel caso invece che si abbia uno sblocco della crescita
nel capitalismo internazionale, vi sarebbero conseguenze drammatiche sul piano
ecologico, e la prospettiva della decrescita conserverebbe la sua validità.
Vediamo adesso di argomentare la nostra tesi sulle difficoltà della crescita Di fronte
alla crisi economica che ha colpito il mondo capitalistico, le argomentazioni di chi
sostiene la possibilità di far ripartire il meccanismo della crescita si basano in
sostanza su due argomenti, che adesso esaminiamo.
In primo luogo si sostiene che la crescita potrebbe ripartire grazie alla ripresa
economica degli Stati Uniti, che potrebbero quindi riprendere il ruolo di grande
mercato di sbocco della produzione mondiale. Si tratta del ruolo che hanno avuto
negli ultimi decenni, ma che hanno potuto mantenere solo grazie alla creazione della
bolla finanziaria che è infine scoppiata nel 2007. Chi scommette sulla ripresa
statunitense pensa ovviamente ad una ripresa basata sulla ripartenza dell'economia
reale e sul superamento del predominio della finanza speculativa.
In secondo luogo, si sostiene che lo sviluppo di paesi come l'India, la Cina e il Brasile
potrebbe rappresentare il nuovo motore dell'economia mondiale, e in particolare
l'arricchimento della loro popolazione potrebbe creare un nuovo grande mercato per
la produzione mondiale. Prendiamo allora in esame queste diverse possibilità.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è chiaro che la loro crisi è in sostanza la crisi del
modello di sviluppo keynesiano-fordista che ha permesso nel secondo dopoguerra
alti tassi di sviluppo e benessere diffuso in tutto il mondo occidentale. Abbiamo già
parlato di questa crisi nella prima parte di questo libro42. Riassumiamo in breve i punti
fondamentali: il modello keynesiano-fordista si basava su produzioni di massa che
permettevano forti aumenti di produttività, e di conseguenza rendevano possibile ai
ceti subalterni ottenere effettivi miglioramenti del tenore di vita grazie agli alti salari e
alle varie forme di reddito indiretto tipiche del Welfare State. Negli anni Settanta il
modello entra in crisi per il formarsi di una “tenaglia sui profitti” dovuta da una parte
alla saturazione dei mercati dei beni durevoli di massa, dall'altra alla forza che la
tendenziale piena occupazione fornisce al lavoro dipendente. La crisi si manifesta
come “stagflazione”, e viene superata solo con il superamento del modello fordista e
riformista del secondo dopoguerra. Il momento cruciale è, nel 1979, la manovra
Giappone, mentre Stefano Lepri («La Stampa», 14 marzo 2011) riporta le discussioni fra
economisti sul fatto che il terremoto in Giappone potrebbe essere un'occasione per far
ripartire l'economia. Sull'articolo di Panebianco si veda anche l'appendice di questo libro.
42 Si veda anche M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari 2007, pagg.241-263.
monetaria della FED (presidente Paul Volcker), che crea una forte recessione che
permette di indebolire il movimento operaio. La crisi generata dalla manovra di
Volcker finisce nel 1983, e da lì riparte negli USA una crescita che dura per tutti gli
anni '80. Tale crescita avviene però come effetto delle politiche economiche di
Reagan che rappresentano in sostanza una sorta di rovesciamento del keynesismo,
per cui l'intervento statale non serve più a sostenere i consumi di massa ma serve a
sostenere il complesso militare-industriale (soprattutto negli USA) e in generale la
domanda di beni di investimento (attraverso commesse e sovvenzioni). Ma tutto
questo si realizza necessariamente attraverso un immane trasferimento di ricchezza
dal basso all'alto della scala sociale. I redditi da lavoro vengono compressi e alla
tendenziale caduta della domanda che questo comporterebbe si risponde da una
parte con l'ampliamento della sfera del credito, dall'altra con lo spostamento del
capitale dalla produzione materiale alla finanza speculativa.
Se è realistica questa descrizione, estremamente stringata, che abbiamo dato
dell'evoluzione economica e sociale degli ultimi decenni, appare evidente come sia
difficile immaginare una ripresa della crescita negli USA. Le modalità di crescita
tipiche dell'immediato dopoguerra sembrano escluse. Il neoliberismo che ha
dominato negli ultimi trent'anni ha sedimentato interessi, aggregazioni sociali, legami
di potere, ideologie: un forte nodo sociale e ideologico che dovrebbe essere tagliato
di netto per lasciare spazio a diverse strutturazioni economiche, sociali e culturali, e
non si vede quale sia il soggetto sociale dotato della capacità di impostare la dura
lotta a questo necessaria. Inoltre, il ritorno alle modalità della crescita tipiche del
dopoguerra richiede la presenza di una merce o di una serie di merci che possano
rilanciare il consumo di massa, come furono l'automobile e le altre merci analoghe:
ma di simili merci non si vede oggi traccia. Così, ci sembra difficile che possa venire
rilanciata una crescita economica sul modello di quella degli anni '40, '50 e '60.
D'altra parte, il modello di crescita del trentennio successivo ai '70 è esattamente
quello che ha portato alla crisi attuale e che si vorrebbe superare. Non si vedono
quindi elementi che possano far pensare ad una ripresa non meramente episodica
della crescita negli USA.
Esaminiamo ora la questione di un possibile rilancio della crescita a partire dai
notevoli risultati economici ottenuti in questi tempi da paesi come Cina, India, Brasile.
Il problema, nella tesi che stiamo esaminando, è che essa sembra assumere che tali
paesi abbiano capacità di vera autonomia nella gestione economica. Ci sembra
questa un'ipotesi non realistica: questi paesi sono quello che sono, e ottengono i loro
notevoli risultati economici, all'interno del sistema dell'economia mondiale.
Se esaminiamo la Cina (il caso dell'India ci sembra analogo), vediamo che fino alla
recente crisi la sua economia è cresciuta basandosi sulle esportazioni e sul basso
costo della forza-lavoro. In questo modo essa ha accumulato grandi riserve
monetarie e ha fatto crescere una numerosa classe media. Questo ceto medio
potrebbe rappresentare la base di un nuovo modello basato sul consumo interno e
non più sulle esportazioni. Questa politica potrebbe essere aiutata da un piano di
massicci lavori pubblici, finanziati con gli avanzi delle partite correnti, che
aumenterebbero la capacità di consumo della masse cinesi. Una Cina che
cominciasse a crescere basandosi sul consumo interno potrebbe infine fare da traino
all'economia mondiale, sostituendosi in questo ruolo agli USA.
Lo scenario così delineato è una possibilità reale. E' importante però focalizzare però
alcune delle difficoltà che si frappongono all'attualizzazione di tale possibilità.
Ricordiamo per prima cosa che le cifre della crescita cinese andrebbero corrette
tenendo conto del fatto che essa sostituisce un'economica di sussistenza che non
era calcolata nel PIL, e quindi la crescita produttiva reale è probabilmente minore di
quanto appaia dai dati ufficiali. Il punto fondamentale da far notare, comunque, è che
la Cina ha costruito i suoi notevolissimi risultati economici recenti, come si è detto,
essenzialmente sui bassi salari e sull'esportazione. Il grande balzo produttivo cinese
è avvenuto in questo modo, su queste basi. La trasformazione radicale di
un'economia delle dimensioni di quella cinese, con il passaggio dalle esportazioni ai
consumi interni, appare, in questo contesto, come un'operazione facile da scrivere
sulla carta (o sulla tastiera del computer), ma assai ardua da realizzare in pratica. In
primo luogo, per una politica di alti consumi interni la Cina dovrebbe rivalutare la
propria moneta, ma questo avrebbe come conseguenza probabile una crisi
economica, visto che le industrie cinesi attuali basano la loro attività
sull'esportazione, che sarebbe danneggiata dall'aumento del cambio. In secondo
luogo, la Cina detiene enormi riserve in dollari, che verrebbero svalutate se il
renminbi si rivalutasse contro il dollaro. La Cina dovrebbe quindi in qualche modo
liberarsi dei suoi dollari, ma questo farebbe crollare il dollaro, mettendo in crisi gli
USA e quindi la domanda su cui si è retta finora la crescita cinese. Si può infine
notare che una politica orientata ai consumi interni ha bisogno di alti salari, ma le
industrie cinesi, abituate a essere concorrenziali grazie ai salari bassi, potrebbero
reggere alti salari solo importando o producendo tecnologie produttive avanzate. Ma
in un paese che deve dar lavoro a centinaia di milioni di lavoratori sotto-occupati
nell'agricoltura, l'uso di tecnologie avanzate (e quindi labor-saving) indurrebbe una
disoccupazione di massa dalle conseguenze imprevedibili43.
43 Quest'ultima osservazione è ripresa da: Antonio Carlo, Capitalismo 2010, un morto che
cammina; l'articolo è reperibile in rete all'indirizzo: http://www.sinistrainrete.info/crisi-
Per quanto riguarda il Brasile (caso un po' diverso perché non abbiamo qui una
economia fortemente rivolta alle esportazioni), il suo problema, nonostante la fase
notevole di crescita, oltretutto benedetta dalle recenti scoperte petrolifere, è che si
tratta di una società fortemente diseguale, e gli squilibri nella distribuzione del reddito
danneggiano fortemente la domanda. Anche in questo caso, la creazione di una
società con una distribuzione del reddito meno squilibrata non sembra possibile
all'interno della attuale organizzazione sociale e politica.
E' ovvio che stiamo parlando di paesi grandi e complessi, dei quali è difficile
prevedere le evoluzioni future. Come abbiamo già detto, non possiamo escludere
che, nonostante i dati avversi che abbiamo elencato, i paesi sopra indicati possano
effettivamente conoscere una crescita che tendenzialmente porti una parte
significativa delle loro popolazioni a livelli di consumo paragonabili a quelli dei paesi
occidentali. Negli ultimi anni sembra in effetti che la Cina stia aumentando il suo
mercato interno, e di conseguenza diminuendo i suoi avanzi commerciali. Non
sembra però che le sua trasformazione in sorgente di domanda per la produzione
mondiale sia una possibilità, almeno a breve. E se pure si realizzasse questo
passaggio, ci sembra che insorgerebbe un nuovo ostacolo: una ripresa sostenuta
della crescita a livello mondiale creerebbe immediatamente seri problemi relativi al
costo delle materie prime, che in molti casi hanno raggiunto, o stanno raggiungendo,
il picco della produzione. E' probabile che problemi di questi tipo finirebbero per
bloccare una ripartenza di un nuovo meccanismo di crescita.
Possiamo riassumere qanto fin qui argomentato dicendo che ci sembra più
probabile, per il medio periodo, uno scenario di “blocco della crescita”. Occorre ora
riflettere sul significato sociale e politico di un tale scenario.
Una società organizzata sulla crescita che non riesce a crescere, o non riesce a
crescere abbastanza, è un vero incubo, come dicevamo all'inizio citando Latouche.
Se le nostre argomentazioni saranno confermate dai fatti, ci troveremo di fronte ad
una sempre più massiccia perdita di valore e di dignità del lavoro. Ma questa perdita
di dignità e valore è una dramma sociale e civile. Nelle società occidentali, il lavoro è
stato un elemento strutturante fondamentale del comportamento etico, della
coesione sociale, della stessa memoria storica. Se il lavoro perde ogni valore
economico, viene meno ogni sua centralità sociale ed etica. Cosa lo sostituisce? La
centralità del denaro e del consumo. Il denaro, comunque ottenuto, diventa fonte di
legittimazione sociale, e il consumo cui esso dà diritto diventa unico fine dell'azione.
In questo modo perdono di valore merito e competenza. In una situazione di crisi,
questa realtà di destrutturazione della coesione sociale assicurata dal lavoro diventa
mondiale/1255-antonio-carlo-capitalismo-2010-un-morto-che-cammina
ancora più drammatica, perché ci troviamo in una società regolata dal denaro in cui
una larga parte dei cittadini di denaro ne ha sempre meno.
Questa è la situazione, se restiamo dentro alla società della crescita. E' chiaro allora
che la decrescita è l'unica speranza di evitare questa realtà drammatica. In
particolare, nei confronti della svalorizzazione del lavoro, l'ottica della decrescita
porta a rivalorizzare il lavoro non facendo aumentare il prezzo della forza lavoro, ma
rendendo il lavoro sorgente di scambi non mercantili, all'interno di un generale
processo di de-mercificazione della società che diminuisca il potere e la rilevanza del
denaro.
E' chiaro che la transizione ad una società liberata dal dogma della crescita pone
problemi enormi. Tali problemi nascerebbero anche nel tentare la decrescita a partire
da una fase “normale” del capitalismo; tanti più ne nascerebbero oggi, all'interno di
una delle crisi più gravi delle economie capitalistiche. I motivi di difficoltà sono
essenzialmente due: da una parte la crisi fa aumentare la disoccupazione, dall'altra
aumenta l'importanza del commercio estero.
Per quanto riguarda il problema della disoccupazione, abbiamo già spiegato più
sopra quale sia la nostra posizione: la disoccupazione generata dalla crisi, e quello
che viene generata dalla misure di decrescita nella fase della transizione, deve
essere riassorbita da un deciso intervento statale, finanziato da un forte attacco ai
grandi patrimoni accumulati grazie alla ingente redistribuzione di ricchezze e redditi
dovuta a trent'anni di politiche neoliberiste. Lo Stato deve assumere i disoccupati e
fornire loro un reddito monetario. Dove possibile, i lavori che lo Stato organizzerà con
questa forza-lavoro saranno quelli finalizzati a portare la società nella direzione della
decrescita. Dove questo non sarà possibile, la nuova forza-lavoro sarà comunque
chiamata a svolgere lavori utili ai cittadini.
Veniamo ora al secondo problema sopra indicato: l'aumento dell'importanza del
commercio estero. La questione sta in questo: da una parte l'impostazione
decrescista implica la diminuzione degli scambi con l'estero, dall'altra, per un paese
come l'Italia, la necessità di importare materie prime (soprattutto energetiche) resta
fondamentale, e un rilancio delle esportazioni appare quindi necessario per una
bilancia commerciale equilibrata. Gli squilibri della bilancia commerciale non sono
alla lunga sostenibili, specie in una situazione economica come quella attuale
dell'Italia. Si tratta di una situazione che non può durare a lungo, e questo del tutto
indipendentemente dalle ipotesi di decrescita. In particolare, gli squilibri commerciali
interni fra i paesi dell'eurozona rendono probabile la fine dell'euro. La differenza fra le
economie dei paesi “forti”, come quelli nordici, Germania in primo luogo, e quelle dei
paesi deboli (soprattutto i paesi mediterranei, ma anche l'Irlanda) è tale da lasciare
solo due possibilità: o i paesi “forti” in sostanza pagano per quelli deboli, o questi
ultimi dovranno tagliare il debito con manovre finanziarie durissime. E' ormai noto il
fatto che tutte le ultime decisioni a livello economico prese nell'UE spingono in
quest'ultima direzione. Ma le misure economiche durissime che vengono prospettate
significano la catastrofe sociale per i paesi a cui vengono imposte. E non si sa
neppure se esse servirebbero a qualcosa: dato che sicuramente avranno effetto
depressivo sull'economia, potrebbero abbassare PIL e debito nella stessa misura, e
in tal caso il fondamentale parametro del rapporto debito/PIL resterebbe immutato,
invece di diminuire.
Occorre dunque cercare un'altra strada, per evitare al nostro paese uno spaventoso
arretramento sociale e civile. E' nostra opinione che l'unica strada possibile sia quella
dell'uscita dell'Italia dall'euro. Non si tratta, sia chiaro, di una passeggiata. Nelle
condizioni attuali l'uscita dall'euro causerebbe una serie di problemi molto gravi, e
avrebbe dei costi pesanti. Si tratterebbe di un autentico terremoto. Ma un terremoto
ha un inizio e una fine, e quando è finito si può pensare di ricostruire. La permanenza
nell'euro, nelle condizioni attuali, significa una serie di terremoti che devasterebbero
il paese senza la possibilità di una via d'uscita. L'uscita dall'euro contiene almeno la
speranza di una ricostruzione, la permanenza nell'euro alle attuali condizioni significa
una spirale devastante il cui unico esito possibile è la distruzione di quel che resta di
convivenza civile nel nostro paese, e forse del paese stesso44.
Quanto al modo concreto di organizzare l'uscita dall'euro, abbiamo l'esempio
dell'Islanda, che ha lasciato fallire le banche indebitate con l'estero accettando una
certa svalutazione della moneta nazionale. Più importante ancora, abbiamo
l'esempio dell'Argentina, che è uscita dalla rovinosa “dollarizzazione” della sua
economia prendendo una serie di decisioni difficili (rinegoziazione del debito
pubblico, temporaneo congelamento dei conti correnti per evitare la “corsa agli
sportelli”) che le hanno permesso di uscite dalla crisi.
In Italia, per uscire dall'euro, occorrerà prendere misure analoghe a quelle
dell'Islanda e dell'Argentina, lasciando svalutare la nuova moneta nazionale, e
approntando programmi di austerità sui beni importati, in modo che tale svalutazione
abbia il minor effetto possibile. Occorrerà poi elaborare misure di protezione delle
industrie esportatrici (meglio se non quotate in Borsa), che trarranno vantaggio
anche dalla svalutazione. Il mantenere un buon settore dedito all'esportazione
permetterà di tenere sotto controllo l'inevitabile svalutazione.
44Queste righe sono state scritte all'inizio del 2011. Da allora molto si è discusso e molto si è
scritto sul problema dell'euro. Per un approccio a tale problema in sintonia con quanto qui
scritto si veda: M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell'euro, Asterios 2012. A.Bagnai, Il
tramonto dell'euro, Imprimatur 2012.
Queste sono solo alcune delle misure economiche necessarie per avviare la
transizione sociale verso una società liberata dal dogma della crescita. Molti restano
i problemi, economici, politici, culturali, da discutere per elaborare un convincente
programma politico per la decrescita45, della cui necessità molti si rendono ormai
conto.
Capitolo 6. Due vie per la decrescita
Questo capitolo discute un intervento di Maurizio Pallante su “Decrescita e Welfare
State”46. Si tratta di un testo di grande chiarezza (come sempre in Pallante), una
qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi. Proprio la chiarezza
e l’onestà intellettuale di questo testo permettono di individuare quelli che
giudichiamo i suoi limiti, e ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che
pensiamo importante e urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della
decrescita.
Le tesi fondamentali di Pallante nello scritto citato ci sembrano essere le seguenti:
poiché “il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla
crescita del prodotto interno lordo”, mentre la proposta teorica e politica della
decrescita è appunto la proposta della decrescita del prodotto interno lordo, Welfare
State e decrescita sono incompatibili, e chi sostiene la decrescita deve criticare il
Welfare State e chiedere la riduzione dei servizi sociali pubblici tipici delle politiche
“socialdemocratiche” che hanno segnato la storia dei paesi occidentali nel secondo
dopoguerra. Come si risponderà allora ai bisogni che attualmente vengono
soddisfatti dai servizi sociali (o da quel che ne resta)? Secondo l’articolo citato, la
risposta del movimento della decrescita dovrebbe essere quella del ritorno il più
esteso possibile all’autoproduzione, per quanto riguarda la domanda di beni
materiali, e alla famiglia allargata, per quanto riguarda la domanda di servizi alle
persone (cura dei bambini e degli anziani, per esempio). La conclusione dello scritto
di Pallante compendia perfettamente il senso di queste proposte:
“Se le varianti liberal-liberiste, di destra, della crescita possono essere contraddistinte
dallo slogan “più Mercato e meno Stato”, e le varianti socialiste-socialdemocratiche,
di sinistra, dallo slogan “meno Mercato e più Stato”, il paradigma culturale della
45 Si veda M.Pallante (cura di), Un programma politico per la decrescita, Edizioni per la
decrescita felice 2008.
46Originariamente reperibile in rete, per esempio all'indirizzo
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30786,
e ora in versione ampliata M. Pallante, Meno e meglio, cit., pagg. 73-98.
decrescita, perché di un paradigma culturale si tratta e non solo di una teoria
economica, si contraddistingue con lo slogan “meno Stato e meno Mercato” ”.
Le nostre considerazioni critiche sono divise in due parti. Mostreremo in primo luogo
le conseguenze delle tesi esposte da Pallante. Cercheremo in secondo luogo di
mostrare qual è la nostro avviso il problema fondamentale del suo ragionamento.
1.Le conseguenze.
Per capire quali siano le conseguenze di queste tesi, partiamo dalla fine, cioè dallo
slogan “meno Stato e meno Mercato”. La domanda ovvia che si deve fare, di fronte
ad un simile slogan, è “cosa vuol dire?”. Che cosa vuol dire, nell’orizzonte della
modernità, criticare contemporaneamente lo Stato e il Mercato? Stato e Mercato
sono le due forme di regolazione della società che si sono date storicamente nella
modernità. Pensare ad una ritirata simultanea di Stato e Mercato, nella modernità,
significa pensare in sostanza ad una società che si autoregola in maniera spontanea.
Ma questo non è nient’altro che l’utopia anarchica o comunista, una utopia che è
priva di ogni aggancio con la realtà attuale. Se la decrescita abbraccia questo tipo di
utopie si condanna all’impotenza.
Questo tipo di critica naturalmente presuppone che lo slogan “meno Stato e meno
Mercato” abbia in mente un tipo di organizzazione sociale che rimanga nell’orizzonte
della modernità. E’ chiaro che, nelle società premoderne, si sono date forme di
regolazione sociale diverse sia dallo Stato sia dal mercato. E in effetti Pallante
sembra pensare a queste forme, quando fa riferimento alla famiglia allargata come
sostituto dei servizi sociali del Welfare State. Ma per proporre seriamente il ritorno
alle forme di regolazione sociale tipiche del premoderno (la famiglia allargata, la
comunità e le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della
Modernità. La Modernità, come è stato messo in luce da due secoli di pensiero, è
una promessa di emancipazione che reca in sé il suo limite dialettico e quindi non
viene realizzata se non in parte. La Modernità è il luogo della libera individualità
autodeterminantesi secondo coscienza e ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle
forme sociali premoderne, sopra indicate, è condizione necessaria al pieno sviluppo
dell’individuo. La famiglia allargata premoderna, luogo di produzione e consumo,
presenta certo aspetti positivi di protezione del singolo, ma contemporaneamente
soffoca il libero sviluppo soggettivo per ottenere individui che accettino di entrare nei
ruoli già preformati dalle tradizioni. La Modernità, che libera gli individui dal vincolo
delle tradizioni accettate come dati naturali, rappresenta il tentativo di realizzare una
società dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di
ciascuno. Certo, questo ideale non è mai stato realizzato, ma i progressi nella sua
direzione sono stati progressi reali. La proposta del ritorno a forme sociali
premoderne (proposta che, ricordiamolo, è l’unico modo di dare un contenuto
concreto allo slogan “meno Stato e meno Mercato”) cancella questa complessa
dialettica, e si configura quindi come puramente reazionaria. Spieghiamoci meglio.
Abbiamo detto che la Modernità è la promessa ancora non realizzata di una società
di liberi individui. Questa promessa non è stata realizzata perché non è stata trovata
la forma sociale entro la quale sia possibile adempierla. La società liberale e
borghese, che è la prima forma storica nella quale si è concretizzata la Modernità,
non ha realizzato la promessa perché se da una parte ha liberato gli individui dal
peso dei legami premoderni, dall’altra, contemporaneamente, ha istituito nuove
servitù. La dialettica interna alla società liberale e borghese ha portato poi, per vie
che sarebbe troppo lungo anche solo accennare qui47, all’attuale società di
“capitalismo assoluto”, nella quale individui, società e natura sono asserviti ad un
meccanismo economico distruttivo. Ora, di fronte a questa complessa dialettica sono
possibili, e comuni, due errori contrapposti: da una parte il progressismo che oscura
gli aspetti negativi o incompiuti della Modernità e in questo modo, fra l’altro, non vede
come i recenti sviluppi dei paesi occidentali rappresentino una crisi della stessa
società liberale e borghese; dall’altra, appunto, la reazione che vede nella Modernità
un unico errore. La reazione si coniuga bene con ideologie di tipo religioso, perché,
quando si negano gli aspetti progressivi e liberatori della Modernità, il ricorso al
Maligno è la migliore spiegazione possibile del suo successo. Se la famiglia
premoderna era il luogo che sembra descrivere Pallante, in cui tutti scambiano
amore con tutti, perché mai abbandonarla, se non per ispirazione diabolica? L’ovvia
risposta è che la famiglia premoderna era insieme luogo di protezione e luogo di
repressione, e che la famiglia moderna ha avuto successo perché le persone l’hanno
scelta, e l’hanno scelta per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna.
La decrescita che rifiuta sia lo Stato sia il Mercato è dunque una ideologia
reazionaria. Certo, il movimento della decrescita non vuole, giustamente, essere
classificato come reazionario e rifiuta la contrapposizione progresso/reazione. E’
giusto così, ma se non si vuole essere classificati come reazionari non basta dirlo,
bisogna anche mettere in pratica ciò che si dice, il che vuol dire, in questo caso, che
bisogna rifiutare di fondare la decrescita su orizzonti teorici che sono essenzialmente
reazionari.
E aggiungiamo infine che, come scriveva Hegel, una volta instaurata la Modernità, la
reazione ha sempre una componente violenta (che, s’intende, può concretizzarsi
oppure no a seconda delle situazioni): nel momento in cui la libera individualità ha
47 Ne abbiamo parlato in altri nostri testi: M.Badiale, M.Bontempelli, Civiltà occidentale, Il
Canneto, Genova 2009; Id., La sinistra rivelata, Massari, Bolsena 2007.
cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme contraddittorie e incompiute tipiche
della Modernità) non è infatti più possibile ricostringerla entro gli schemi delle società
tradizionali, se non attraverso la violenza.
2.Le incongruenze.
Se queste sono le conseguenze delle posizioni cui arriva Pallante, sembra che
l’unica scelta sia fra l’accettare una versione reazionaria della decrescita e il rifiutare
la decrescita appunto perché reazionaria. Ma questa conclusione sarebbe valida se il
ragionamento di Pallante fosse corretto, se cioè fosse vero che a partire dai principi
della decrescita si arriva alle conclusioni cui egli arriva, cioè che la decrescita è in
essenziale contraddizione con il Welfare State. Noi vogliamo adesso mostrare che
non è così. Il ragionamento di Pallante contiene due incongruenze, di diverso peso.
Cominciamo da quella relativamente meno importante. Pallante afferma
correttamente che la spesa pubblica dipende dalle entrate e queste a loro volta
dipendono, tramite le imposte, dal PIL. Ne conclude che l’entità dei servizi sociali che
uno Stato può offrire è direttamente proporzionale al PIL. Pallante cioè afferma che
l’entità dei servizi sociali è una frazione fissata (è questo il corretto significato
matematico di “direttamente proporzionale”) del PIL, per cui se il PIL diminuisce
diminuiscono i servizi sociali. Ma questo passaggio non ci sembra corretto. E’ infatti
ovvio che la frazione di ricchezza spesa dallo Stato per una quantità e qualità
determinate di servizi sociali è una frazione del PIL, ma niente dice che questa
frazione debba essere costante. Quale sia questa frazione, è una scelta politica.
Entro certi limiti, se la frazione del PIL impiegata nei servizi sociali aumenta, i servizi
sociali possono rimanere gli stessi, o perfino aumentare, anche a PIL decrescente.
Se il PIL diminuisce del 10% ma la frazione del PIL impiegata nei servizi sociali
aumenta di un fattore 10/9, la quota di ricchezza dedicata ai servizi sociali è
costante. Ma è possibile pensare di aumentare la quota di PIL impiegata nei servizi
sociali? Sì, e in due modi diversi. Si può in primo luogo aumentare le entrate dello
Stato, colpendo i grandi patrimoni generati in Italia dalla speculazione immobiliare e
finanziaria e dall’evasione fiscale e tassando pesantemente attività inutili e dannose
come la pubblicità o la finanza. Si può in secondo luogo cambiare la destinazione
delle risorse che lo Stato preleva (ad esempio eliminando la corruzione della casta
politica con l’eliminazione della casta stessa e interrompendo tutte le missioni militari
all’estero e l’acquisto dei sistemi d’arma connessi) e destinando ai servizi sociali le
risorse così liberate. Si può infine recuperare ricchezza combattendo seriamente la
criminalità organizzata e requisendo le sue ricchezze.
Le risorse così liberate permetterebbero di finanziare i servizi sociali pubblici anche a
PIL decrescente.
Questo per quanto riguarda il primo punto. Veniamo adesso alla seconda
incongruenza logica nel ragionamento di Pallante. E' l'osservazione più importante di
questo nostro scritto. E’ ovvio, come dice Pallante e come abbiamo ammesso anche
noi nella discussione fin qui svolta, che entro l’attuale organizzazione economica il
Welfare State dipende (in un modo o nell’altro) dal Prodotto Interno Lordo. La critica
di Pallante si riferisce a questa situazione. Ma la decrescita vuole suggerire una
diversa organizzazione economica. Il punto cruciale della decrescita è la distinzione
fra merci e beni, e l’organizzazione economica che il movimento della decrescita ha
in mente mira alla diminuzione di beni prodotti in forma di merce e all’aumento di
beni prodotti non in forma di merce. Il movimento della decrescita ritiene cioè
possibile pensare una economia con meno merci e più beni. Ma se questo è
possibile per l’economia nel suo complesso, perché non dovrebbe essere possibile
anche per quella parte dell’economia rappresentata dai servizi sociali? Se possiamo
pensare, come chiede la decrescita, una economia organizzata almeno in parte
come scambio non monetario di beni, perché non possiamo pensare a un Welfare
State “decrescista” come scambio non monetario, a livello nazionale, di servizi?
Proviamo a spiegarci. Un tipico esempio di cosa si può concretamente intendere per
decrescita potrebbe essere il seguente: partiamo con un gruppo di famiglie con
bambini che vivono nello stesso condominio; tutti gli adulti lavorano e devono portare
i figli all’asilo privato, pagando la retta. Una tipica proposta “decrescista” sarebbe la
seguente: gli adulti scelgono di ridursi un po’ l’orario di lavoro, e a turno una famiglia
tiene i bambini di tutti mentre gli altri adulti sono al lavoro. In questo modo il PIL
diminuisce (perché gli adulti lavorano un po’ di meno, quindi ricevono un salario un
po’ minore, e non vengono pagate le rette dell’asilo) ma il servizio che viene fornito
(cura dei bambini) è lo stesso, e i rapporti umani migliorano, perché i bimbi stanno
nell’ambiente familiare e gli adulti hanno maggiori possibilità di rapporti con i bambini.
Non discutiamo adesso, naturalmente, la fattibilità concreta di una proposta di questo
tipo ma consideriamo il punto fondamentale: si passa da servizi acquistati con
denaro a servizi scambiati in modo non monetario. Gli adulti possono rinunciare a
una parte del loro reddito monetario perché i servizi che con quella parte del loro
reddito essi acquistavano vengono ora forniti in altro modo. Essi forniscono una parte
del loro lavoro all’interno di una rete di scambi non monetari, e quindi da questa parte
del loro lavoro non ricevono salario, mentre ricevono una parte del loro reddito come
servizio all’interno della stessa rete. Ora, che cosa impedisce di pensare a un
Welfare “decrescista” come una rete di questo tipo, solo più ampia e complicata?
Pensiamo ad una infermiera che va al lavoro in un ospedale pubblico usando un
mezzo di trasporto pubblico e gratuito, e lascia il figlio in un asilo pubblico e gratuito.
Il suo salario può anche essere relativamente basso, perché riceve una serie di
servizi gratuiti, che diventano una componente (non monetaria) del suo reddito reale.
Ma chi paga i salari dei lavoratori dei mezzi pubblici e dell’asilo? Allo stesso modo, il
reddito reale di questi lavoratori avrà una parte non monetaria formata dai servizi
pubblici gratuiti, per cui il conducente del mezzo di trasporto, sapendo che se si
ammala viene curato all’ospedale gratuitamente, non ha bisogno di farsi aumentare il
salario per pagarsi l’assicurazione sanitaria. In questo modo un Welfare State
“decrescista” appare come una ovvia generalizazione dei principi della decrescita.
Certo, vi sarà sempre una componente monetaria del reddito, ma questo è ammesso
da tutti i teorici della decrescita: nessuno di essi, ci sembra, propone l’abolizione tout
court del mercato e degli scambi monetari.
Possiamo allora concludere su questo punto: il limite delle tesi di Pallante è quello di
pensare ad una economia della decrescita escludendo da essa il Welfare State, di
inchiodare cioè il Welfare State alla sua dimensione attuale. Non c’è nessuna
ragione logica di farlo, come speriamo di aver dimostrato.
Non c’è dunque contraddizione fra decrescita e Welfare State, e non è quindi
necessario radicare la decrescita in forme sociali premoderne. Si può certo proporre
una decrescita reazionaria, nel senso da noi indicato, ma si può anche proporre una
decrescita che accetti l’orizzonte della Modernità, del libero sviluppo dell’individuo e
del ruolo dello Stato nel promuoverlo. Vi sono dunque due strade di fronte al
movimento della decrescita, ed esso non può esimersi dallo scegliere quale delle
due vuole percorrere.
Appendice (M.Badiale)
1.I nemici della crescita.
Raccomandiamo la lettura del fondo di Angelo Panebianco su “I nemici della
crescita” (Corriere della Sera del 27 gennaio 2011). Esso infatti fa capire la
ragionevolezza della proposta della decrescita. Per sostenere la necessità della
crescita e dei sacrifici in suo nome Panebianco è costretto a omissioni, ammissioni e
a vere e proprie assurdità.
Cominciamo dalle assurdità: la crescita è necessaria, ci spiega Panebianco, perché
“senza crescita, una società consuma più ricchezza di quanta ne produce e finisce
su un piano inclinato al termine del quale ci può essere solo un impoverimento
complessivo”. Si tratta di affermazioni evidentemente false: è ovvio che una società
si impoverisce se consuma più di quanto produce, ma questo non c'entra nulla con la
crescita, c'entra appunto con la differenza fra la produzione e il consumo. Se un
anno produco 100 e consumo 100, non mi impoverisco, che ci sia stata crescita
oppure no rispetto all'anno precedente. Se un anno produco 100 e l'anno successivo
produco 120 ma consumo 130, c'è stata crescita ma mi sono impoverito. E'
perfettamente possibile pensare ad una società stazionaria, nella quale ogni anno si
produce quanto l'anno precedente e se ne consuma un po' meno: non c'è crescita,
ma la società si arricchisce. L'assurdità dell'affermazione di Panebianco appare in
tutta la sua solare evidenza se la traduciamo sul piano individuale: “se il mio
stipendio non aumenta ogni mese, mi impoverisco, perché spendo di più di quel che
guadagno”. Tutti coloro che lavorano a stipendio fisso possono capire quanto
razionali siano le argomentazioni di Panebianco.
Passiamo alle omissioni: parlando della vicenda Fiat e del conflitto con la Fiom,
Panebianco spiega che “la ristrutturazione in atto sembra andare nella direzione
giusta: attezzando le imprese per la competizione globale essa spinge sul pedale
della crescita”. Panebianco omette ogni riferimento alle molte critiche, ben
argomentate, prodotte negli ultimi mesi nei confronti dell'azione di Marchionne
proprio dal punto di vista dell'adeguatezza di tale azione per un serio rilancio degli
stabilimenti Fiat in Italia, critiche che riguardano la mancanza di un piano industriale,
il fatto che non sono previsti nuovi modelli, le perplessità sul rilancio produttivo di un
settore ormai maturo. Un buon esempio di queste critiche è costituito dai molti articoli
che Guido Viale sul Manifesto ha dedicato alla vicenda. Allo stesso modo,
Panebianco omette ogni informazione sui contenuti concreti dell'accordo di Mirafiori,
in particolare sul fatto che i rappresentanti sindacali non saranno più eletti dai
lavoratori, ma nominati dai vertici sindacali e solo dai sindacati firmatari dell'accordo.
Per chi si dichiara liberale, una omissione non da poco.
Ma veniamo infine alle ammissioni di Panebianco, forse la cosa più interessante
dell'articolo. Panebianco distingue fra le imprese che si danno da fare “per
competere sui mercati globali” e gli altri attori sociali, che non sono esposti in prima
linea, non si rendono conto delle necessità della competizione, ma devono tuttavia
ad essa adeguare il loro comportamento. Se si vuole la crescita, ci dice Panebianco,
occorre che ogni ambito sociale si faccia carico delle necessità della competizione,
sia quindi funzionale al sistema delle imprese globalizzate. Purtroppo in Italia non è
(ancora) così. Ci sono ancora operai che difendono la propria dignità e la propria
salute. Ci sono ancora insegnanti che pensano allo sviluppo umano e culturale dei
propri allievi, e non al fatto che dovranno competere. C'è ancora qualche studioso
che si occupa di un manoscritto antico o di un recente teorema per passione di
ragione, e non per le necessità della competizione globale. C'è ancora qualche
infermiera che ha cura dei malati anche per senso del dovere e solidarietà umana, e
non solo per ottimizzare la spesa pubblica. Tutto questo deve finire, se vogliamo la
crescita, ci spiega Panebianco. Ma come spazzare via queste resistenze?
Panebianco cita con favore l'economista Mancur Olson, che a suo tempo spiegò i
grandi risultati economici di Germania, Italia e Giappone negli anni Cinquanta in
questo modo: “in quei tre paesi la guerra non si era limitata a distruggere le
infrastrutture materiali. Ne aveva anche distrutto le infrastrutture sociali”. Non si
poteva dire meglio. Grazie a Dio ogni tanto c'è la guerra che massacra la società e
rende possibile la crescita. Ecco cosa ci suggerisce (implicitamente) Panebianco: se
vogliamo la crescita è necessaria una distruzione sociale, una devastazione dei
rapporti umani, un abbrutimento generalizzato paragonabile a quello di una guerra
come la Seconda Guerra Mondiale. Non si poteva dire meglio, e non c'è che da
ringraziare Panebianco per la sua chiarezza. Adesso ci è più chiaro perché siamo
nemici della crescita.
2.Recensione a “Serge Latouche. Per un'abbondanza frugale”. Bollati Boringhieri
(2012)
La pronta traduzione italiana di questo testo di Latouche (uscito in Francia nel 2011)
è quanto mai opportuna. La teoria della decrescita sta infatti diffondendosi anche in
Italia, e non a caso proprio l'Italia ha ospitato a Venezia, nel settembre 2012, una
importante conferenza internazionale sulla decrescita. La diffusione delle idee legate
alla decrescita ha suscitato, come è naturale, discussioni e controversie, che molto
spesso nascono da giudizi e preconcetti indipendenti da quanto effettivamente
sostengono i vari teorici della decrescita. Ha fatto allora molto bene Serge Latouche,
che della decrescita è probabilmente l'esponente internazionalmente più noto, a
raccogliere in un volume, breve e denso, e soprattutto di grande chiarezza
espositiva, alcuni dei malintesi più comuni che ruotano attorno alla parola e all'idea di
“decrescita”, discutendoli e cercando di dissipare la confusione. Cerchiamo in questa
recensione di citare solo i malintesi più diffusi, e di accennare alle argomentazioni di
Latouche.
In primo luogo, Latouche spiega, con tutta la chiarezza possibile, che “decrescita”
non è sinonimo di “recessione”:
“Non è raro, soprattutto a partire dal 2008, con l'esplosione della crisi, che il
partigiano della decrescita si senta ribattere: “Ma la decrescita c'è già!”. Questa
obiezione può venire tanto da avversari quanto da simpatizzanti male informati. Si
tratta di una confusione classica da parte di tutti quelli che non hanno capito che la
parola “decrescita” non deve essere intesa come la negazione della crescita, la
crescita negativa.” (pag.25).
La decrescita non coincide cioè tout court con la diminuzione del PIL. Il PIL può
diminuire in molti modi diversi: per una recessione, per una guerra termonucleare
che distrugga l'umanità, o appunto per una politica di decrescita. Quest'ultima
rappresenta un modo specifico di diminuire il PIL aumentando l'autentico benessere
collettivo e impostando la fuoriuscita della società dal dominio della logica del profitto
e del consumismo. Per dirla con le categorie logiche classiche, la diminuzione dl PIL
è il genere di cui recessione e decrescita sono differenti specie.
Con la stessa chiarezza Latouche si sforza di mostrare come non sia vero che la
decrescita sia antiscientifica o antimoderna, come essa non implichi il ritorno ad un
ordine sociale di tipo patriarcale, e neppure il rifiuto di combattere la miseria (quella
annidata in mezzo ai ricchi paesi del Nord e quella diffusa nel Sud).
Fra tutte le interessanti osservazioni di Latouche ci soffermiamo su tre temi teorici.
In primo luogo Latouche discute se la decrescita sia compatibile con il capitalismo.
Su questo punto Latouche dice parole molto chiare, e forse, a nostra conoscenza, è
la prima volta che egli si esprime con tale nettezza: “Essendo la crescita e lo sviluppo
rispettivamente crescita dell'accumulazione del capitale e sviluppo del capitalismo, e
dunque sfruttamento della manodopera e distruzione senza limiti della natura, la
decrescita non può che essere una decrescita dell'accumulazione, del capitalismo,
dello sfruttamento e del saccheggio (…). La decrescita è necessariamente contro il
capitalismo” (pag.78-79).
Laotuche non manca poi di notare che “si potrebbe addirittura presentare la
decrescita come un progetto autenticamente marxista (…). La crescita in effetti non è
altro che il nome “volgare” di quello che Marx ha analizzato come crescita illimitata
del capitale, fonte di tutti i vicoli ciechi e di tutte le ingiustizie del capitalismo”
(pag.86).
Si tratta, nel caso della decrescita, di un anticapitalismo che si distacca
coscientemente dalla tradizione culturale del movimento operaio e del socialismo,
proprio perché questa tradizione appare imbevuta degli stessi presupposti
produttivistici e industrialistici che vengono rifiutati nel capitalismo.
Un'altra grande questione teorico-politica è se la decrescita sia da considerarsi “di
destra o di sinistra”. In sostanza Latouche sembra ammettere che possa esistere una
versione “di destra” della decrescita, anche se “per la maggioranza degli obiettori di
crescita” è “un fatto scontato” che “la decrescita sia un progetto politico di sinistra”
(pag.85; “obiettore di crescita” è il termine con il quale Latouche indica i sostenitori
della decrescita). Su questo punto c'è forse ancora spazio per un approfondimento.
Infatti, se si ammette la possibilità di una decrescita “di destra” accanto a quella “di
sinistra” (e quest'ultima è senz'altro quella che Latouche sostiene), ciò sembrerebbe
indicare che la decrescita, in sé, non sia né di destra né di sinistra. A parere di chi
scrive le cose stanno proprio così, e la decrescita è appunto un esempio di come
alcuni temi fondamentali per il pensiero critico e l'azione antisistemica siano oggi
difficilmente inquadrabili nello schema destra/sinistra.
Infine, un altro tema di grande importanza è quello del rapporto fra decrescita e
occupazione. Infatti la crescita economica viene usualmente vista come l'unico modo
per combattere la disoccupazione, e quindi la decrescita viene identificata con
l'aumento della disoccupazione. Latouche risponde a questa critica mostrando come
una società della decrescita sia in grado di generare in vari modi occupazione per
tutti i suoi membri, per esempio con la rilocalizzazione delle attività (movimento
opposto a quello delle delocalizzazioni) e con la creazione di posti di lavoro nei
settori della riconversione ecologica dell'economia. Latouche accenna qui (pag.68)
ad un tema teorico di grande interesse, cioè il fatto che la decrescita avrà
sicuramente l'effetto di diminuire la produttività del lavoro. Si pone allora il problema
di come assicurare un livello di vita accettabile per tutti in presenza di una produttività
calante. La risposta, in un certo senso, è rappresentata dall'intero programma della
decrescita. Ma una trattazione specifica su questo tema sarebbe utile per dissipare
altri possibili malintesi. Si tratta di un tema che deve probabilmente ancora essere
approfondito dai teorici della decrescita.
3.La recessione non è decrescita
Nella sezione “I malintesi” del suo ultimo libro (“Per un'abbondanza frugale”, Bollati
Boringhieri 2012) Serge Latouche cerca di dissipare la ricorrente confusione fra la
nozione di decrescita e quella di recessione. Nonostante le parole molto chiare dette
a questo proposito dai teorici della decrescita, tale confusione persiste, sia fra gli
avversari sia fra quelli che Latouche, nel testo citato, chiama i “simpatizzanti mal
informati”.
Un esempio di tale confusione, da parte di un critico della decrescita, è contenuto in
un recente articolo di Antonio Pascale (“Gli egoisti della decrescita”, La lettura,
supplemento del “Corriere della Sera” del 19-2-12).
Di fronte al persistere di questi malintesi, sembra dunque necessario spiegare
un'altra volta che la decrescita non è la recessione, non è la crisi economica. La
decrescita è sicuramente una diminuzione del PIL. Ma ci sono molti modi diversi di
diminuire il PIL. Ad esempio una guerra termonucleare che distrugga l'intera
umanità. La diminuzione del PIL è il genere del quale la decrescita, la recessione o
una guerra termonucleare sono specie diverse. Allo stesso modo, fare un dieta
significa perdere peso, ma non tutti i modi di perdere peso sono uguali. Si può
perdere peso per una grave malattia fisica come il cancro, per un grave malattia
psichica come l'anoressia, o perché si cade nella miseria o infine perché si fa una
dieta sotto la guida di un medico. L'anoressia, la miseria e la dieta sono specie
diverse entro il genere “diminuzione del peso corporeo”. Nessuno (tranne forse
Antonio Pascale) direbbe ad una persona anoressica “complimenti per la dieta, mi
sembra molto efficace”.
Ma qual è allora la differenza specifica della decrescita rispetto alla recessione? La
decrescita è un progetto politico ed economico di demercificazione della società. Lo
sviluppo del rapporto sociale capitalistico, negli ultimi due secoli, ha portato al fatto
che ogni forma di attività sociale, e in particolare ogni forma di produzione (di beni
materiali o servizi) è pensata come produzione di merci, soggetta alle leggi del
profitto. La decrescita vuole invertire questa tendenza, e liberare almeno una parte
dei prodotti del lavoro sociale dalla forma di merce. Si tratta di produrre beni (beni
materiali o servizi) non in forma di merce, e di farli circolare attraverso circuiti diversi
dal mercato. E di ridurre, per quei beni che continueranno ad essere prodotti in forma
di merci, la percentuale di distruzione ambientale che la loro produzione comporta.
La differenza con la recessione è chiarissima, per chi desidera capire: nella
recessione tutti i beni che erano merci restano merci, solo che la gente non ha il
denaro per comprarli. Nella decrescita alcuni beni vengono prodotti e scambiati al di
fuori del mercato, mentre le merci che rimangono nel mercato richiedono meno
sprechi per essere prodotte. Se questi sono discorsi troppo astratti, facciamo un
esempio concreto: una delle proposte tipiche della decrescita è quella di una vasta
iniziativa di miglioramento dell'efficienza energetica delle abitazioni, in maniera da far
nettamente diminuire il consumo energetico per il riscaldamento. Una simile iniziativa
richiederebbe ovviamente grandi investimenti iniziali, che contribuirebbero al PIL, ma
a regime farebbe diminuire il PIL perché farebbe nettamente diminuire i consumi.
Naturalmente lo scopo è quello che la gente abiti in case comode e riscaldate
spendendo di meno. Nella recessione, invece, ciò che avviene è che la gente non ha
i soldi per pagarsi il riscaldamento e sta al freddo. In entrambi i casi diminuisce il PIL,
ma dovrebbe essere ovvia la differenza: nella recessione si sta male perché si è
senza soldi in un mondo in cui tutto si paga, nella decrescita si sta bene perché si
può avere il benessere (quello di una casa riscaldata, per esempio) pagando di meno
in termini monetari e inquinando di meno.
Due spunti finali per chi sia interessato ad approfondire seriamente il tema della
decrescita. In primo luogo iniziative come quelle indicate (una vasta opera di
miglioramento dell'efficienza energetica della abitazioni) e le tantissime altre che si
potrebbero indicare, richiedono ovviamente l'intervento dello Stato, che quindi è
fondamentale per una politica di decrescita. In secondo luogo, i risparmi che la
decrescita permette non dovrebbero tradursi in altri consumi, ma in tempo libero: uno
degli obiettivi di una politica di decrescita dovrebbe essere quello di liberare il tempo
delle persone dal lavoro salariato per indirizzarlo alla cura delle relazioni, all'interno
delle quali si situerebbero anche gli scambi non mercantili di beni e servizi che
caratterizzano la proposta della decrescita.